Autoironia significa non dover mai dire “mi dispiace”
Si definisce autoironia il prendere per il culo se stessi.
Io mi prendo per il culo, io sono autoironico.
Se tu ti agganci al mio prendermi per il culo, sei tu-ironica.
Se tu mi prendi per il culo e io metto il muso, non vuol dire che io non sia autoironico.
Se ridessi delle prese per il culo fatte a me dagli altri sarei eteroironico, invece sono autoironico, quindi solo io posso prendermi per il culo.
No, è che ieri sera ho fatto un giro dell’oca in autostrada e avevo le balle girate e non sopportavo i commenti ironici della signorina Z. sul mio modo di guidare l’auto. Quindi sostanzialmente non apprezzo l’auto-ironia.
Fabio Moreira, where are you?

Questa mattina mi sei venuto in mente. I ricordi sono arrivati tutti insieme, ammucchiati e annodati, mentre mi lavavo la faccia.
Vedo il giorno di terza (o quarta) elementare in cui ci viene presentato il nuovo compagno di classe che viene dal Brasile, il bambino esotico di cui tutte le pischelle si innamorano. Alla votazione per il capoclasse ricordo una buona percentuale di foglietti “Fabio”; alcuni avevano il cuoricino al posto della O.
Mi sa che ho cominciato a disegnare anche per colpa tua, che eri bravissimo e facevi dei dinosauri spettacolari. Io per copiarti ho fatto un tirannosauro, la bidella lo ha guardato e mi ha detto: “cos’è, un pinguino?”.
Sono stato a casa tua una valangata di volte. Alle elementari giocavamo col Commodore 64; alle medie registravamo finti programmi radio su una cassetta che ancora conservo; alle superiori abbiamo provato fare un fumetto e un film.
Poi non abbiamo fatto più niente. Dopo anni che non ci vedevamo sei ricomparso al citofono, un pomeriggio del 2000-e-qualcosa. Ripartivi per il Brasile. Ci siamo sparati un amarcord d’addio, due o tre ore impreviste di “ti ricordi quella volta che”.
E sei partito.
Le leggende dicono che tu ora abbia il leggendario baretto sulla spiaggia, una compagna e un microfabio che sgambetta.
Magari un giorno googlerai il tuo nome e ti troverai qui. Io ho provato a googlarti, a feisbuccàrti, a spockarti. Ma quanti Fabio Moreira ce stanno?
Probabilmente non sei nessuno di quelli che ho trovato perché avrai di meglio da fare; questo non cambia il fatto che i tuoi genitori ti hanno chiamato Mario Rossi, accidenti.
Ho deciso, ai miei figli darò dei nomi stranissimi.
Guarda Yoko e altri due tizi pattinare sul ghiaccio sottile

Dicono che Yoko Ono abbia fatto sbroccare i Bitols ma non so se sia così. Se anche fosse, non mi definisco un fan dei cosi[1] e non le serbo rancore.
Dicono che i Pet Shop Boys siano i maestri del synth-pop, anche se i loro fan sono come gli appassionati di Star Trek, cioè poco pop e molto nerd.
Sono uno di quei nerd lì.
Dicono che Walking on Thin Ice sia circondata da uno strano alone sincronico perché allude alla vacuità della vita e delle cose; e John e Yoko la stavano registrando la sera in cui Mark David Chapman sparò.
La versione originale è una bella canzone disco pop dal suono tardo settantesco che starebbe bene in una puntata di Lupin III.
La versione remixata nel 2003 dai Pet Shop Boys è un gioiellino. Inquietante come “What else is there” dei Röyksopp, spruzzata di una malinconia à la page che ricorda “Strange” di Grace Jones.
Ho scoperto che esiste un video animato di quella versione.
Ho avuto un contatto metafisico con Yoko Ono a cavallo del millennio, a Gerusalemme.
C’era una sua mostra in programma all’Israel Museum. Non eravamo lì per quello però fui incuriosito: fino ad allora sapevo che Yoko Ono esisteva, e la mia cultura finiva lì.
Che cacchio combinava Yoko Ono oltre a essere la ex moglie di John Lennon? Mi chiedevo.
Così mi infrattai nei cunicoli concettuali di una mostra fighetta.Titolo della mostra: “Hai visto l’orizzonte di recente?” (Have you seen the horizon lately?)
Fra le varie opere esposte:
- La famosa “apple” - una mela apparentemente vera su un piccolo piedistallo, che tanto colpì Lennon medesimo.
- Due mucchi di sassi, uno per le cose belle e uno per le cose brutte; il primo da ammirare per quello che rappresenta, il secondo da ammirare “per la sua bellezza”.
- Una tazza del cesso al centro di un labirinto di specchi, estremamente significante a mio metaforico avviso.
- Infine l’opera che dà il titolo alla mostra: “Have you seen the horizon lately?”, ovvero un foglietto bianco incorniciato con disegnata una linea orizzontale.
Mi viene in mente quello che dicono mio padre e Sergio Bonelli sul non-detto grafico in Tex Willer: il deserto è così, tracci una riga e crei un universo.
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[1] Nonostante Across the Universe me li abbia insaporiti con salse intriganti; e nonostante Eleanor Rigby sia un capolavoro.
Quando c’è molto lavoro la mente produce enigmi come se piovessero
Tipo questo gustosa pochade visiva messa in piedi in quattro e quattr’otto a seguire di una simpatica battutona del qui presente.
Chi la capisce vince un viaggio a sue spese dove gli pare (questa l’ho copiata da Nino Frassica).
Casa nuova! Occhio al pavimento. Non l’ho ancora messo.

Ebbene.
Il vecchio grog è morto. Non l’ho cremato ma è inutile che gli parliate perché non vi risponde.
Qui invece è tutto vivo e vegeto anche se spavimentato. Fate come se foste a casa mia quindi rispetto, disgraziati.
Chiunque foste, mi siete mancati.
Aḥmadinejād non ha inventato niente
Sarà che l’altra notte ho sognato di intervistare Maḥmūd Aḥmadinejād: quell’uomo mi gira per la capa. Nel sogno era pure simpatico.
Ho il vizio di raccontare sempre le solite tre o quattro storielle. Questa è una mia ricorrente, chi l’ha già sentita abbia pasiénsa:
Dieci anni fa ero in Irlanda a studiare inglese. A quell’epoca lo facevo spesso.
Nel millenovecentonovantasette ci andai a settembre, per un mese, buscandomi cieli meravigliosi con nubi molto creative e kantianamente sublimi (alé), nonché molta meno pioggia di quella che poi annegò Milano nel novembre di quello stesso anno.
Avevo in classe tre banchieri iraniani di età imprecisata, fra i 30, i 35 e i 40 (oh, la gente a quelle età è tutta uguale - soprattutto quando tu pischello di anni ne hai 20) che sembravano usciti da un fumetto.
C’era Mohsen, il Dritto, un clone di Massimo Lopez.
C’era Seif, il Ciccio, un omone buono e pacato.
C’era Reza, lo Sfigato, con la testa grossa, i capelli verticali, il mascellone più largo del collo e gli occhiali anni ‘70.
Mohsen il Dritto adorava essere il sosia di un attore italiano, parlavamo spesso e a volte veniva a visitare Dublino insieme a noi giovincelli.
Seif il Ciccio era più riservato, un amabile e pacato compagno di conversazione; non usciva con noi ma una volta l’abbiamo trovato in un grande magazzino che si sceglieva una cravatta (o era un ombrello?).
Reza invece non parlava mai e se lo faceva lo sentivano soltanto i cani.
La nostra insegnante dedicava l’ultima ora del mattino a una specie di “Mostra e Dimostra” (forse perché aveva i capelli come Piperita Patty), dove a turno uno degli studenti illustrava alla classe un aspetto del paese di provenienza oppure un argomento di cui era esperto.
Seguiva il dibattito.
Onestamente non ricordo come si giunse alla questione dell’omosessualità, ma ci giungemmo nondimeno. E nel pieno della discussione, qualcuno (la ragazzotta tedesca coi capelli rossi? Probabile) chiese ai tre persiani: “Com’è la condizione degli omosessuali in Iran?”
Silenzio di alcuni istanti. Si teme l’imbarazzo, l’incidente diplomatico, la guerra. Poi Seif, il buono, l’amabile, il tenero Seif, il Ciccio grande grosso e pacioccone col baffo da pescatore saggio, ritto e fiero, mani sul banco, risponde:
“Non c’è omosessualità in Iran.”
Silenzio.
“PENA DI MORTE! AH AH AH!”
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