Il Dovere è un falso dio
Il mio papà e la mia mamma mi hanno insegnato tante cose. Sia con le parole che coi fatti. Anche involontariamente.
Quando c’era da farmi il culo me lo facevano all’unisono, ma sul piano filosofico so che il mio papà e la mia mamma la pensano diversamente sul Dovere. Mia madre non lo può sopportare. Io sono come mia madre.
Tempo fa, leggendo un breve compendio ai disturbi della personalità, ho scoperto di avere molti tratti tipici del passivo-aggressivo. Sarà per questo che più una cosa mi viene fatta fare, meno la faccio. Mi piace lavare i piatti, mi piace sistemare la casa, non ho problemi a vuotare la spazzatura, ma odio farlo perché qualcuno me l’ha chiesto. Sono capacissimo di non fare una cosa che normalmente avrei fatto, solo perché non sopporto l’idea di non farlo per mia iniziativa.
Da un certo punto di vista (direbbe Obi-Wan Kenobi) questo è un modo malato di affrontare le cose. In realtà è la manifestazione di un istinto positivo che si sente incatenato. Cioè, io non voglio fare ciò che devo perché devo fare ciò che voglio. Chiaro, no?
Non ho la cultura filosofica necessaria per fare un discorso approfondito sul Dovere, lo ammetto. So che il Dovere mi ha sempre innervosito e a lungo il mio Moralista Interiore mi ha detto che era colpa della mia pigrizia.
Impreciso. La mia pigrizia fa ben di peggio: mi impedisce di fare quello che voglio.
Fare quello che si vuole è difficile e faticoso. Innanzitutto è dura capire *cos’è* quello che si vuole. Perché quello che si vuole non è il capriccio del momento. Quello che si Vuole è una Verità Interiore profonda, mica fesserie. Una volta individuato l’obbiettivo, bisogna perseguirlo e vaffanculo, è una strada in solitaria.
Invece il Dovere è protetto da una struttura di approvazione alimentata da tutti gli schiavi che ogni giorno fanno quello che “devono”. Fare il Dovere è faticoso ma è enormemente più facile che non fare il Volere.
Nel mio piccolo, penso questo: il Volere non è egoista e non è individualista, se chi Vuole è libero.
E il Dovere non è una cosa buona nemmeno quando è moralmente preferibile. Il fatto che alcuni doveri siano moralmente corretti non cancella il fatto che siano strumenti di schiavitù. Il Dovere è come le multe. Le multe servono per tenere a bada gli automobilisti. Gli automobilisti si trattengono dal fare porcate per non prendere la multa. Questo è un meccanismo che bene o male funziona, ma è malato.
Non vorrei che questo sfoghetto del cavolo sembrasse dispregiativo verso chi fa il proprio dovere. Come dicevo, fare il Volere è molto difficile. Non solo: esistono scelte di vita, dettate dal Volere, per le quali si rischia la pelle; dove il Dovere (ma forse è un dovere diverso, che in altre lingue viene chiamato con altri nomi) diventa un elemento fondante con cui fare i conti.
E al di là dei casi estremi, molti doveri portano conseguenze positive. Ottenute coi mezzi sbagliati, però, che danno risultati pessimi sul lungo termine: frustrazione, fuga. Individualismo, per la miseria. Se perdo il mio tempo a fare quello che “devo” finisce che nei pochi spazi liberi rimasti mi dedico solo ai miei capricci.
Infatti, anche la difesa del Dovere portata da mio padre non è molto incisiva. Lui dice “non è detto che un Dovere sia per forza una cosa brutta. Può essere piacevole.”
Ecco, “Piacevole” e “Voluto” sono proprio due pianeti diversi. Ho il sospetto che nemmeno mio padre, una persona che sa quello che vuole, credesse per davvero a quello che diceva per farmi muovere il culo dalla poltrona.
Mio padre non so, non so gli altri… ma io, quando non faccio quello che Voglio sono una persona molto pesante da sopportare.

Oggi su Facebook sono rispuntati (quasi) tutti in una volta i miei compagni delle elementari. Impressionante come certe facce ora trentenni siano praticamente identiche a quelle che ricordavo. Naturalmente se prendo in mano una vecchia foto di classe nessuno assomiglia a come me lo ricordo. Sembriamo tutti caricature.
Oggi avevo male dappertutto. Ieri notte ho dormito quattro ore e, anche se il mio cervello ha funzionato tutto il dì meglio del solito, il mio corpicino da settantenne dentro non si era riposato a sufficienza. Ho dormito quattro ore perché dovevo terminare un testo teatrale la cui stesura si stava trascinando dal gennaio del 2007.
…dicevo
“Dall’inizio dei tempi, l’uomo ha sempre sognato di distruggere il sole”
A orari che per la gente decente sono umani e per me non lo sono - 8 del mattino durante la settimana, 10 del mattino il sabato - può capitare che qualcuno insista nel chiamarmi a casa (il cellulare vibra soltanto, non vi sento!) e che io mi trascini fuori dal talamo a mezza piazza per rispondere all’ansiògeno squillìo (ma madri e fidanzate lo sanno che se al ventisettesimo driin non c’è risposta non serve una cultura sconfinata sul cinema giapponese per cogliere il non-detto “non posso rispondere ora”?), squillìo che al 98% si rivela rimandabile di almeno un paio d’ore.
In realtà mi preme rievocarne solo due.
Ma la domanda con cui voglio chiudere questo papiro non riguarda Santino, bensì il secondo Sbagliatore che mi ha segnato l’esistenza.
Sabato scorso il mio augusto coinquilino ha ben pensato di volare in Egitto, dove lavorerà per cinque mesi al villaggio Ventaclub di Marsa Alam.
Di nome faccio Mattia Bassani. Quand’ero un bimbo nessuno si chiamava Mattia, ma in compenso c’erano i Matia Bazar. Di conseguenza, ogni volta che gli adulti mi chiedevano “come ti chiami?” e io cucciolo rispondevo “Mattia”, mi sentivo ribattere “Matia Bazar!”.