Gaea Muir

“Non è vero che sono tutti un po’ strani. IO sono strana. Voialtri avrete al massimo una misera paranoia ciascuno.”
(Gaea Muir)

il [gr]og dello zio Gil.
il mondo decostruito male

Mattia Giovanni 'zio Gil' Bassani
lo zio Gil

    Il Dovere è un falso dio

    chissà cosa passa per la testa di questo nanettoIl mio papà e la mia mamma mi hanno insegnato tante cose. Sia con le parole che coi fatti. Anche involontariamente.
    Quando c’era da farmi il culo me lo facevano all’unisono, ma sul piano filosofico so che il mio papà e la mia mamma la pensano diversamente sul Dovere. Mia madre non lo può sopportare. Io sono come mia madre.

    Tempo fa, leggendo un breve compendio ai disturbi della personalità, ho scoperto di avere molti tratti tipici del passivo-aggressivo. Sarà per questo che più una cosa mi viene fatta fare, meno la faccio. Mi piace lavare i piatti, mi piace sistemare la casa, non ho problemi a vuotare la spazzatura, ma odio farlo perché qualcuno me l’ha chiesto. Sono capacissimo di non fare una cosa che normalmente avrei fatto, solo perché non sopporto l’idea di non farlo per mia iniziativa.

    Da un certo punto di vista (direbbe Obi-Wan Kenobi) questo è un modo malato di affrontare le cose. In realtà è la manifestazione di un istinto positivo che si sente incatenato. Cioè, io non voglio fare ciò che devo perché devo fare ciò che voglio. Chiaro, no?

    manette da schiavoNon ho la cultura filosofica necessaria per fare un discorso approfondito sul Dovere, lo ammetto. So che il Dovere mi ha sempre innervosito e a lungo il mio Moralista Interiore mi ha detto che era colpa della mia pigrizia.
    Impreciso. La mia pigrizia fa ben di peggio: mi impedisce di fare quello che voglio.

    Fare quello che si vuole è difficile e faticoso. Innanzitutto è dura capire *cos’è* quello che si vuole. Perché quello che si vuole non è il capriccio del momento. Quello che si Vuole è una Verità Interiore profonda, mica fesserie. Una volta individuato l’obbiettivo, bisogna perseguirlo e vaffanculo, è una strada in solitaria.
    Invece il Dovere è protetto da una struttura di approvazione alimentata da tutti gli schiavi che ogni giorno fanno quello che “devono”. Fare il Dovere è faticoso ma è enormemente più facile che non fare il Volere.

    Nel mio piccolo, penso questo: il Volere non è egoista e non è individualista, se chi Vuole è libero.
    E il Dovere non è una cosa buona nemmeno quando è moralmente preferibile. Il fatto che alcuni doveri siano moralmente corretti non cancella il fatto che siano strumenti di schiavitù. Il Dovere è come le multe. Le multe servono per tenere a bada gli automobilisti. Gli automobilisti si trattengono dal fare porcate per non prendere la multa. Questo è un meccanismo che bene o male funziona, ma è malato.

    signorina molto elegante che fa i capricciNon vorrei che questo sfoghetto del cavolo sembrasse dispregiativo verso chi fa il proprio dovere. Come dicevo, fare il Volere è molto difficile. Non solo: esistono scelte di vita, dettate dal Volere, per le quali si rischia la pelle; dove il Dovere (ma forse è un dovere diverso, che in altre lingue viene chiamato con altri nomi) diventa un elemento fondante con cui fare i conti.
    E al di là dei casi estremi, molti doveri portano conseguenze positive. Ottenute coi mezzi sbagliati, però, che danno risultati pessimi sul lungo termine: frustrazione, fuga. Individualismo, per la miseria. Se perdo il mio tempo a fare quello che “devo” finisce che nei pochi spazi liberi rimasti mi dedico solo ai miei capricci.

    Infatti, anche la difesa del Dovere portata da mio padre non è molto incisiva. Lui dice “non è detto che un Dovere sia per forza una cosa brutta. Può essere piacevole.”
    Ecco, “Piacevole” e “Voluto” sono proprio due pianeti diversi. Ho il sospetto che nemmeno mio padre, una persona che sa quello che vuole, credesse per davvero a quello che diceva per farmi muovere il culo dalla poltrona.

    Mio padre non so, non so gli altri… ma io, quando non faccio quello che Voglio sono una persona molto pesante da sopportare.

    “L’esperienza e gli anni ci rubano qualcosa”

    costume da bebèOggi su Facebook sono rispuntati (quasi) tutti in una volta i miei compagni delle elementari. Impressionante come certe facce ora trentenni siano praticamente identiche a quelle che ricordavo. Naturalmente se prendo in mano una vecchia foto di classe nessuno assomiglia a come me lo ricordo. Sembriamo tutti caricature.

    Questo spinge a sprazzi di riflessioni filosofiche quali:

    1) La fotografia e la realtà sono due false parenti. Mai fidarsi delle foto. MAI.
    2) “Bambino” è una categoria ingannevole che porta a percepire il nanetto come una cosa a sé stante, quando invece i cosiddetti “bambini” sono persone, punto; solo un po’ più corte e un po’ meno navigate.
    3) Come la scrittura ci ha mandato a puttane la memoria; come gli orologi hanno messo in soffitta il tempo interiore; come la fotografia si mangia i nostri ricordi; così Facebook ci disabituerà a dare la caccia gli amici smarriti?

    (Il titolo è fregato ai SoErba)

    Finalmente ho finito di scrivere il bicefalo lo spettacolo

    Joseph Haworth è Amleto con due teschi - fakeOggi avevo male dappertutto. Ieri notte ho dormito quattro ore e, anche se il mio cervello ha funzionato tutto il dì meglio del solito, il mio corpicino da settantenne dentro non si era riposato a sufficienza. Ho dormito quattro ore perché dovevo terminare un testo teatrale la cui stesura si stava trascinando dal gennaio del 2007.

    Non sono nuovo a trascinare le cose ma Pendragon (questo il nome del parto letterario) si trascinava per motivi diversi dai soliti.
    Innanzitutto Pendragon non era un mio progetto bensì, più o meno, un testo su commissione. Dovevo dare forma alle idee di un’altra persona, una cosa che tra l’altro faccio spesso sul lavoro e dovrei saper gestire. Eppure in questo caso non sono stato al mio posto: incoraggiato dal rapporto di sostanziale amicizia ho voluto subito aggiungere idee portanti che in pratica “rubavano la scena” alle idee del committente. Erano idee invadenti e lì non dovevano stare, perché quella non era la loro storia.

    Stava nascendo un mostro con due teste e io non volevo prenderne atto. Poi il committente ha deciso che non poteva più seguire il progetto e l’ha lasciato nelle mani della compagnia. La compagnia ha provato a gestire il mostro, ma alla fine è stato necessario addormentarlo (fare una pausa nelle prove) e ridimensionare una delle due teste (progettare una riscrittura). La testa di troppo non è stata segata del tutto: un po’ per pigrizia, un po’ perché sembrava che da lei dipendessero davvero alcuni organi vitali del mostro, nonché parte dello scheletro.

    Permettere che un copione drammatico abbia “una testa e mezza” dà un sacco di problemi e i sacri testi (nonché gli amici razionali) lo sconsigliano caldamente. Alla fine sono riuscito a terminare la stesura: la storia regge e va dove deve andare senza perdersi, i personaggi hanno un percorso, agli attori piace. Si può partire con l’allestimento!
    Purtroppo il mostro semi-bi-cefalo è lungo 124 pagine e a recitarlo così durerebbe due ore più gli intervalli. Va palesemente potato, segato, rapato a zero. Deve durare un’ora e venti o il pubblico ci manda a fa”n gùl.
    I rami morti ci sono e mi è stato fatto notare che se fossi stato meno pigro in fase di pianificazione questi rami morti avrebbero potuto essere evitati.

    È vero, sono stato pigro. Mi consolo pensando che ho raggiunto comunque alcuni traguardi personali:
    1) Non scrivevo un testo così lungo dal 2002 e non finivo una storia (in prima stesura) dal 2004.
    2) È la prima volta che scrivo un testo dopo aver studiato un po’ di drammaturgia: ho messo in pratica molte cose e ho mosso i primi passi nel fantastico mondo delle storie progettate con metodo. La creatività non ne risente minimamente. La potenza è nulla senza controllo, mica balle.
    3) Costretto a scrivere dalle pur labili scadenze imposte prima dalla commissione e poi dalla compagnia, ho accumulato esperienza e ho riavviato la “dinamo della scrittura”, tanto che adesso smanio dalla voglia di rimettere mano ai miei progetti dando loro assoluta priorità.

    E mo’ mi butto a letto, altrimenti domani vado al lavoro con le stampelle. Groan.

    Svegliatemi quando finisce settembre

    Superman Ciccione - Superman #221…dicevo più sotto.
    Non volevo essere profetico ma così è stato. Yawn.

    Si comincia l’anno nuovo (c’è ancora qualche frescone che crede alla favoletta di Gennaio primo mese dell’anno?) con gli immancabili buoni propositi, che questa volta “dischiuderò″ (parainglesismo) al pubblico dominio censurandoli qua e là per scopi apotropaici.
    Il motivo? Semplice, più mi sputtano più sarò obbligato a rispettarli.

    Fedele al verbo di Dave Ciccio Seah - secondo il quale gli obbiettivi “de concetto” vanno bene come infarinatura iniziale ma poi bisogna buttarsi sulle faccende concrete, misurabili e soprattutto condivisibili con altri - ecco alcune cose che, vaffancuore, lo zio Gil farà in questo 2008/2009 (e sulle quali sarete autorizzati a rompere i cabbasìsi):

    • Concludere la stesura di Pendragon e metterlo in scena
    • Avviare il progetto Topo Segreto #1, nome in codice BDS, entro il 7 gennaio 2009
    • Iniziare un corso di lingua Giapponese
    • Avviare il progetto Topo Segreto #2, nome in codice GM, entro il 1° aprile 2009
    • Riprendere in mano quel vecchio racconto-fiume che so io, terminarlo e diffonderlo sul web per il pubblico ludibrio
    • Risolta tutta la fuffa precedente, iniziare a pensare seriamente a quel romanzo d’avventura che volevo scrivere fin dalla prima/seconda superiore - a 30 anni è anche il caso di concretizzare

    Poi naturalmente c’è l’obbiettivo “de concetto” - anche se è abbastanza misurabile - ma quello lo tengo per me.
    Fra un anno saprò dire se ce l’ho fatta. Anzi, che ce l’ho fatta. Che cacchio.

    Ottime ragioni per odiare l’estate

    Mr Montgomery 'Monty' Burns“Dall’inizio dei tempi, l’uomo ha sempre sognato di distruggere il sole”
    [Montgomery “Monty” Burns]

    È il momento di rimpolpare la scarsa letteratura web in lingua italiana relativa al fatto che l’estate fa schifo al c@%%o.
    Mentre I hate summer su Google dà risultati soddisfacenti, Odio l’estate restituisce anche molta erbaccia fatta di canzoni e di odiatori dell’estate per futili motivi di coppia.
    Il mio è un odio lucido e maturo. Non pretendo di convincere i sudòfili ma mi sento in dovere di riscaldare (scusate l’ossimoro) gli animi a me affini e risvegliare la gente sana che ancora non sa di esserlo.

    L’estate. Fa. Schifo.
    Estate significa sudore. Significa essere sporchi dopo mezz’ora, assetati ogni cinque minuti, stanchi senza aver fatto nulla.
    Estate significa insetti, adorabili insetti dappertutto. Mo’ che ci stiamo tropicalizzando, gli insetti stanno diventando giganteschi: vi piacciono le falene da un chilo?
    Estate significa non dormire. C’è il maledetto sole tutto il giorno, e di notte lascia il suo caldo infame. Sempre grazie alla tropicalizzazione ora ci sono i temporali con grandinata che ti tirano giù dal letto alle tre di notte.

    I principali argomenti portati a difesa dell’estate sono:

    “Ci sono le vacanze”
    Punto primo, ci sono le vacanze se sei un bambinetto del cacchio. Ma se sei quello che paga la bella vita al suddetto bambinetto, hai sì e no dieci giorni che userai per fuggire, guarda caso, dalla vita quotidiana che in estate è particolarmente pesante: quindi al massimo si può dire che perlomeno ci sono le vacanze, altrimenti uscire vivi dall’estate sarebbe molto più dura.
    Punto secondo, dire che l’estate è una bella stagione perché ci sono le vacanze è come dire che io amo la mia ragazza perché mi piace il cappello che si è messa oggi. Questa gente ha seri problemi di giudizio.

    “Il sole è bello”
    Risposta equilibrata: sì ma il troppo stroppia.
    Risposta talebana: il sole non è bello, è utile. Anche lo stomaco è utile ma nessuno va in giro con lo stomaco esposto in bella vista. Le nuvole, vogliamo le nuvole! Dateci ombra!

    “Le donne si mettono nude”
    Quasi convinto. Ieri ho appunto visto una piacevole signorina che - sia detto per dovere di cronaca - mi ha ispirato l’intero post.
    Ma era una. Era svestita con un certo stile. Le altre sono in buona (spaventosa) percentuale delle semplici vacchette sbracate e ne faccio a meno. Bleurgh.

    “Eh, ma come siete deprimenti voialtri”
    Voialtri chi? Se uno ama mettersi non dico il maglione, ma una maglietta a maniche lunghe, senza paura di perdere 4 kg in liquidi, non è automaticamente un maniaco depressivo. Diffidate piuttosto da quelli che si descrivono come “solari”. Marò.

    In una prossima puntata vomiterò altro odio (lucido e maturo) sulle vacanze al mare, la grande non-scelta degli ultimi arrivati sul grande treno della storia dell’umanità, foriere di sbattimento, fastidio e ustioni.
    Svegliatemi quando finisce settembre, diceva qualcuno.

    Ovazione all’impiedi per la signorina Z

    come wordle.net vede la tesi di Chiara Zambon

    Oggi la sempiterna signorina Z è diventata dottoressa in bambinologia, come dimostra anche la preponderanza (appunto bambinesca) della parola “bambino” nella word cloud ricavata dalla sua mastodontica tesi e gentilmente generata da Wordle.
    Un grazie di sottecchi al signor Zeno (nessuna parentela) che ha segnalato il suddetto web-accròcchio.

    Chatto su internet perché il telefono mi mette ansia

    il telefono al mattino è maleA orari che per la gente decente sono umani e per me non lo sono - 8 del mattino durante la settimana, 10 del mattino il sabato - può capitare che qualcuno insista nel chiamarmi a casa (il cellulare vibra soltanto, non vi sento!) e che io mi trascini fuori dal talamo a mezza piazza per rispondere all’ansiògeno squillìo (ma madri e fidanzate lo sanno che se al ventisettesimo driin non c’è risposta non serve una cultura sconfinata sul cinema giapponese per cogliere il non-detto “non posso rispondere ora”?), squillìo che al 98% si rivela rimandabile di almeno un paio d’ore.

    Il restante 2% dei rugatori mattutini ultimamente si attesta sul segmento statistico denominato Sbagliatori di Numero. Ciò mi ha fatto venire voglia di “rievocare il remoto” - come dicono i poeti scandinavi - riguardo agli Sbagliatori di Numero in cui mi sono imbattuto.

    numero di telefono sbagliato? non prendermi in giro! lo so che sei tu!In realtà mi preme rievocarne solo due.
    Il primo chiamò durante il torrido giugno della gloriosa quarta ginnasio, allorquando il sottoscritto era morente a causa della mononucleosi. Per chi non lo sapesse, la mononucleosi vanta fra i sintomi febbre a temperature indecenti (sai che gioia d’estate), produzione salivare da cambio sputacchiera ogni 45 minuti, mal di gola tipo trivella e ghiandole del collo così gonfie che il mononucleòtico visto da vicino sembra Bugs Bunny con una scatola di palline di natale incastrate nell’esofago. Pretty, isn’t it.
    Immaginando la voglia che si può avere di rispondere a un telefono in simili condizioni, componete il quadretto di me malaticcio che guardo un film di Tarkovskij su TeleMonteCarlo e sento squillare.
    Una volta, due volte. Col cacchio che rispondo, oh. Tre volte, quattro volte, cinque volte. Sei volte. Ma zero, sono morto, e poi c’è uno dei personaggi che si sta decidendo a parlare… Sette volte. Otto. Nove. Dieci. Quindici. Arranco verso il telefono, sarà mia madre, mia nonna con l’ansia. Raggiungo la cornetta verso il quarantasettesimo squillo (mi si conceda l’iperbole), la sollevo con fatica, la avvicino alle labbra, e con una voce che neanche Fantozzi quando fa l’accento svedese biascico:
    “Hròntho?”
    (la dizione risente delle condizioni fisiologiche precedentemente elencate)
    E dall’altra parte della linea una figura misteriosa strilla: “Pròndo, c’è Ssantìno?”
    Chi cazzo è Santino, maledetta assassina. Sono malato che guardo Tarkovskij su TeleMonteCarlo, parbleu.

    al telefono con la persona sbagliataMa la domanda con cui voglio chiudere questo papiro non riguarda Santino, bensì il secondo Sbagliatore che mi ha segnato l’esistenza.
    Sempre in gioventù, suona il telefono di casa e mia madre risponde. Poi mi chiama dicendo: “Mattia, c’è Minosse [nome di fantasia per proteggere la privacy] per te!”
    Siccome conosco veramente un Minosse rispondo tranquillamente “Ue’ ciao Minosse, dimmi!”
    Solo che il Minosse al telefono suona molto meno in confidenza con me del Minosse che conosco, e suona anche molto più gaio. Non nel senso di allegro.
    Leggiadramente mi ricorda che ci siamo conosciuti in libreria, che avremmo dimostrato reciproco interesse e che ci siamo ripromessi di sentirci e di incontrarci di nuovo.
    Allora.
    Io facevo la terza media, al massimo la prima superiore. Ero bruttarello e sudato, in libreria svernavo nel reparto fantascienza e a malapena guardavo in faccia le cassiere.
    Percui.
    Io voglio sapere chi è il frescone che quindici anni fa ha cuccato Nichi Vendola e gli ha lasciato il mio nome e il mio numero di casa.

    Sulla temporanea dipartita del signor Enrico U.

    Enrico UghettoSabato scorso il mio augusto coinquilino ha ben pensato di volare in Egitto, dove lavorerà per cinque mesi al villaggio Ventaclub di Marsa Alam.
    Se qualcuno, da qui a metà settembre, avrà l’occasione di passare di là, cerchi un animatore alto e magro e coi capelli arancioni e gli dica “Appo!” da parte mia. Voi non sapete perché, ma lui sì.

    In questi mesi di solitudine e di devastazione (personalmente faccio circa *un* mestiere di casa ogni settimana), le cose che più mi mancheranno di lui saranno:

    1) Il dialogo incensurato su qualsivoglia argomento.
    2) I nostri irriferibili teatrini improvvisati aventi per protagoniste svariate minoranze (e maggioranze) etniche, politiche e religiose.
    3) La cucina di alto livello.
    4) La televisione sempre accesa a qualsiasi ora del giorno e della notte.
    5) I suoi sette cellulari che vibrano in modalità terremoto ogni volta che telefona, manda un messaggio, riceve un messaggio, spegne, accende…

    Per contro, le cose che più gli mancheranno di me mentre fa il re del mondo in mezzo alle gaudenti turiste saranno:

    1) L’innegabile mia superiorità intrinseca che lo spinge al miglioramento quotidiano.
    2) La partnership nei suddetti teatrini.
    3) I miei sughi sperimentali nonché le pentole piene d’acqua fredda e io che cazzeggio su internet invece di preparare qualcosa quando lui torna tardi.
    4) La musica a chiodo a qualsiasi ora del giorno e della notte.
    5) Le pozze d’acqua che amo lasciare in cucina, sul lavandino, davanti alla doccia, sul bordo della tazza del cesso…

    Riassumendo, ci mancheremo tanto.
    Vado a svuotare la lavapiatti, va’. Settimana prossima passo l’aspirapolvere! Coff…

    Faccio pop rock e non lo sapevo

    Mattia Giovanni Bassani, detto Cioppo o zio GilDi nome faccio Mattia Bassani. Quand’ero un bimbo nessuno si chiamava Mattia, ma in compenso c’erano i Matia Bazar. Di conseguenza, ogni volta che gli adulti mi chiedevano “come ti chiami?” e io cucciolo rispondevo “Mattia”, mi sentivo ribattere “Matia Bazar!”.

    Cominciata la scuola, il livello culturale degli interlocutori adulti è diventato meno pop. Le maestre chiedevano “come ti chiami?”, io moccioso rispondevo “Mattia”, loro ribattevano “Il Fu Mattia Pascal!”.

    Insomma, sfoggiavo un nome talmente esotico che la gente quando vedeva me vedeva mondi lontani. Un nome così alieno da essere inconcepibile per alcuni. Il caro nonno Costante mi chiamava “Mattio!”, mio padre gli diceva “no papà, è MattiA” e il nonno borbottava “eh, finìss cun la A, l’è un nom da fèmina”.

    Dal 1978 ne è passato di italico seme sotto i ponti di Venere. Anno dopo anno i Mattia si sono moltiplicati, tanto che ora li vedi ovunque - con tutto il rispetto, sono uno di loro - come afidi su una pianta infestata. Ora anche nelle attività guidate per i bambini dell’asilo ci sono personaggi chiamati Mattia.

    Il passo successivo era prevedibile. Di recente ho saputo che l’undici novembre 2006 sono nato a Roma. Ma questo è niente.
    Ho appena fatto il mio periodico egosurfing e sono lieto di annunciarvi che vengo da Como e sono anche stato in radio. Faccio Pop/Rock/Acustico.

    Va bene che per esteso mi chiamo Mattia Giovanni Bassani, ma prima o poi si prenderanno anche quello. Devo sbrigarmi a diventare famoso oppure mi toccherà trovarmi un nome d’arte.

    La mia personale opinione sulla consultazione elettorale or ora conclusa(si)

    Lucifero Culo

    Avviso ai linkanti

    Il link del grog è cambiato

    (Anche se non sembra)

    http://www.gaeamuir.com/it/grog

    Pagina in allestimento

    Prima o poi compariranno deliziose fesserie.