Gaea Muir

“Non è vero che sono tutti un po’ strani. IO sono strana. Voialtri avrete al massimo una misera paranoia ciascuno.”
(Gaea Muir)

il [gr]og dello zio Gil.
il mondo decostruito male

Mattia Giovanni 'zio Gil' Bassani
lo zio Gil

    77 mica per niente

    Gaea Muir, sua cugina Luna e una terza ragazza di nome Elena in un vecchio disegno del 1999

    Le Gambe delle Donne, signori!
    Mi riallaccio al post relativo del garozzoso dottor Eazye, a confermare l’ammirazione per queste amate gemelline che, in tutta onestà, ben più fibrillo mi procurano che non le strabusate, dozzinali, mainstream (mica tanto poi, a dire il vero), oneste senza dubbio e apprezzabili quando di persona amata, però cheppalle, insomma, le tette.

    Non ho la più pallida idea di quali teorie vadano per la maggiore al momento, sul perché un carattere che non è sessuale né primario né secondario eserciti un tal fascino su… eserciti di rei più o meno confessi. Vi ricordo che per i piedi c’era la teoria del “pisello-della-donna” e per le tette quella del “culo anteriore”, ma dopo Freud è venuto perlomeno Sachs, e la psicologia evoluzionistica oggidì pare stia decadendo tanto che si fa a gara a chi più clamorosamente la sputtana (argomento classico: “ma tu in sostanza che cacchio ne sai di come viveva il Cacciatore-Raccoglitore di Voghera?”); quindi chissà se davvero qualcuno là fuori sa spiegarmi perché una scollatura mi attira l’occhio per istinto ma in fondo non mi dice niente, quando invece una minigonna mi manda letteralmente a male?

    Sarà che ho paura del femminino sacro e le tette fanno un po’ troppo Grande Madre.

    Anche noi abbiamo la nostra Jennifer Aniston

    Caterina Guzzanti as Arianna Dell'Arti in 'Boris'Cioè divertente, fuoriclasse, capace di esprimere il passaggio da 7 stati d’animo diversi in 30 secondi senza spiccicare una parola, e pure carina.

    È Caterina Guzzanti, peccato che lo sappiano relativamente in pochi: perché la prova definitiva che la signorina è un genio sta in una serie, Boris - ben scritta, ben recitata, ben girata, ben montata, ben musicata, ben… - che al momento si vede solo su Fox (e su intern… ehm…).

    Al momento ci si può accontentare che Boris (e Caterina) ci siano, perché prima non c’erano.
    Ma bisogna volere di più! Bisogna volere Boris sulla tv generalista!
    Tutti devono sapere che anche da noi c’è Gènnifer.

    “Provate a fermarmi, se c’è qualcuno con una disperazione superiore alla mia”

    personaggi principali di Code Geass: Lelouch of the Rebellion - Lelouch Lamperouge (Zero), Kallen Stadtfeld e C.C.

    La frase para-scespiriana non è mia (tocco legno), ma è pronunciata da un teatralissimo Lelouch Lamperouge, il colossale protagonista di Code Geass: Lelouch of the Rebellion, 50 episodi di dramma, politica, tragedia, con abiti eleganti, belle pischelle e bei pischelli, una spruzzata di metafisica, e robottoni pilotati da gente il cui destino potrebbe non farvi dormire la notte.

    Ho definito il protagonista “colossale”. Nell’Alexander di Oliver Stone, Anthony Hopkins dice: “Ho conosciuto molti grandi uomini, ma un solo colosso. Ecco, dopo aver visto questa serie per la seconda volta mi sono convinto che per le sue azioni, per le sue scelte, per i carichi che si addossa, per i risultati che ottiene, Lelouch è un colosso.

    Code Geass è la storia di un principe rinnegato che combatte in incognito l’imperatore suo padre, aiutato da ribelli che ignorano la sua identità e da un potere terrificante le cui conseguenze non può prevedere né controllare. È una storia corale, visto lo sconfinato cast di personaggi, ma è senz’altro dominata da Lelouch. Che trascinatore! Che uomo di teatro! Che grande sbagliatore, che fesso certe volte, che pazzo da ricovero certe altre! Che piccolo ragazzetto bisognoso del conforto della sua strega!
    E che protagonista fuori dagli schemi, visto che è un terrorista, un “dio malvagio” che manipola amici e nemici, e che del cattivo classico assume spesso le pose più stereotipate - dalla risata alla seduta noncurante che fu già del Sauzer di Kenshiro o del Dario il Grande di Alexander Senki.
    E nonostante tutto questo, lo spettatore tifa e pena per lui. La potenza del dramma, fratelli.

    personaggi principali di Code Geass: Lelouch of the Rebellion - Lelouch Lamperouge (Zero) e i suoi Cavalieri Neri

    Come se non bastasse, essendo stato progettato intenzionalmente per un target trasversale, Code Geass è anche un efficace riassunto estetico/registico/narrativo dell’animazione seriale giapponese (degli ultimi 10/20 anni e non solo): questo può essere un pregio quanto un ostacolo, soprattutto per chi non è avvezzo agli anime. L’utilizzo dei cliché stilistici è tale che introdurre uno scettico all’animazione giapponese cominciando proprio con Code Geass potrebbe condurre sia all’innamoramento che al rifiuto.

    Va anche detto che Code Geass non è esente da difetti. Prima fra tutti l’eccessiva quantità di avvenimenti e stravolgimenti nella seconda metà della serie, laddove i primi 25 episodi, pur concitati e talvolta scioccanti, presentavano una progressione più equilibrata. E poi la riscrittura in corso d’opera di alcuni personaggi, che porta a strani salti o a cambi di schieramento non tutti ottimamente preparati.

    Ma il disegno globale è coerente fino in fondo, e il finale è col botto.

    Note sulla reperibilità:
    I diritti italiani per Code Geass sono stati appena acquistati dalla Dynit, di solito una garanzia di qualità. Quando usciranno i DVD li comprerò di sicuro. Magari passeranno pure Code Geass su MTV. UPDATE: Code Geass sarà trasmesso su RAI4 a partire da settembre 2009, in seconda serata e senza censure. Pare che la serie sia stata fortemente voluta dal direttore Carlo Freccero in persona.
    Chi non ce la facesse ad aspettare la pubblicazione/trasmissione può, per il momento, recuperare la serie coi sottotitoli in italiano realizzati da SubZero e godersi così il notevole doppiaggio originale. Tuttavia SubZero ha cessato la distribuzione diretta appena giunta la notizia dell’acquisizione dei diritti in Italia, com’è prassi per il fansub.

    La sobrietà vende

    elefante di pelucheCose con cui ce ne usciamo noi creativi della dimanche durante i bréin stòrming:

    “Il trucco è trovare delle animazioni semplici ma stilose: la differenza che c’è fra un’interfaccia Apple e un’interfaccia Windows, che alla fine sono cagatine ma fanno scena.
    Ovviamente con uno stile nostro, né troppo Apple né troppo ricchione.
    Tipo: quando si clicca per passare da una pagina all’altra potremmo far entrare un branco di elefanti e uno stormo di caccia che li bombarda. Una roba sobria.
    Così lo schermo si riempie di sangue. Poi passa una tromba d’aria che pulisce tutto e sotto c’è la pagina nuova.”

    Oggi è un grande giorno per i fighetti

    Rita Levi Montalcini sull'edizione italiana di Wired

    E dico i fighetti veri. Cioè non quelli che secondo gli sfigati sono dei fighetti, ovvero i “precisi”, chiamiamoli “fighetti per contrasto” - bensì quelli che secondo i fighi sono dei fighetti, cioè per esempio io ^__^ che in realtà sono un aspirante fighetto perché ho sempre qualche particolare dispari fuori posto in molti ambiti.

    Insomma, oggi una nuova tappa della colonizzazione culturale s’è felicemente concretizzata. Dopo Blockbuster, H&M e Vanity Fair, è uscita un’altra Edizione Italiana Di.
    Sto parlando di CABLATO, la rivista dei fighetti duepuntozzéro che anche io compravo talvolta in originale e che mo’ compro in italiano perché sono un rivistòmane e perché anch’essa definisce la mia identità (esistono altri motivi validi per comprare una rivista piuttosto che un’altra?).

    Non l’ho ancora letta, solo sfogliata; ma sembra, come l’originale, fighetta e figa (fiCa, vuole l’italiano standard). Perché il fighetto, quello vero, non quello per contrasto definito dagli sfigati, non è mica una categoria filosofica da disprezzarsi.
    Mi immalinconisce soltanto il fatto che si sia stati costretti per l’ennesima volta a importare un marchio. Mi piacerebbe che anche noi, qualche volta, esportassimo qualcosa. Sarà campanilismo, eh.
    Ma sapere che in altri paesi qualcuno, tipo, ha fondato l’edizione Francese di Internazionale, mi farebbe piacere. Forse che altrove hanno un’informazione decente e non ne hanno bisogno.

    Per quelli che hanno 36 denti e non lo sanno

    Stan Laurel, Oliver Hardy e il mal di denti

    I presunti ultimi ad arrivare vengono chiamati denti del giudizio perché generalmente spuntano fra i 16 e i 24 anni, proprio l’età in cui l’essere umano è più deficiente. Se l’espressione viene dal latino, siamo di fronte a un popolo che considerava giudiziosi i deficienti e questo spiegherebbe appieno il loro ruolo di piaga del mondo antico.

    Ma qui si fa scienza, non cazzeggio[1]. E ci teniamo ad accennare a un altro dente che pochi conoscono e che molti hanno, un dente che picchietta di brutto senza spuntare mai. Il Dente della Paranoia. Il brutto è che - a differenza del Dente del Giudizio - il Dente della Paranoia, quando viene estratto, ricresce. E picchia. Pic pic pic.

    Noi Pesci-ascendente-Vergine li abbiamo tutti e quattro.

    [1] anche perché un nerd potrebbe farmi notare che anticamente si crepava prima e dunque si era anche deficienti prima. Oppure che io sono deficiente adesso a (quasi) 31 anni, infatti i denti del giudizio non mi sono ancora venuti fuori.

    La cattiva notizia è che dio non esiste. Quella buona è che state parlando del vostro dio, non del mio.

    Gesù Compagnone - Buddy Christ

    Io credo in Dio o, per non esagerare con dichiarazioni di fede alla leggera, credo che Dio esista. Voglio inoltre credere che Gesù sia esistito e che sia il Figlio di Dio.
    Tuttavia credo anche nell’esistenza del Gran Dio Pan, delle Norne e degli spiriti di boschi e città.

    Credo negli sciamani e nei maghi, anche se penso che quelli veri non siano tanti.
    Credo che la scienza sia una alta forma di conoscenza. Credo che la scienza non sia l’unica forma di conoscenza.
    Credo che scienza e fede si occupino di cose diverse, con metodi diversi. Credo che il loro conflitto sia sostanzialmente (scusate il francese) una puttanata e che l’unico legittimo terreno di zuffa sia quello dell’etica; ma l’etica è un terreno di zuffa per tutti, è naturale, è materia tosta. Non è materia da tifo. Non è che il prete la pensa per forza così e lo scienziato la pensa per forza cosà.

    Infatti ho un sacco di dubbi su un sacco di questioni di poco conto come aborto ed eutanasia, per esempio.
    Ma su altri argomenti ho le mie piccole convinzioni: per esempio, credo che nella consapevolezza e nel reciproco rispetto le persone abbiano il diritto di intrattenere rapporti intimi con chi preferiscono e di fare sesso come preferiscono. Credo che il matrimonio sia un’invenzione dell’uomo e che ogni matrimonio abbia il valore che a esso danno gli sposi.

    Credo che le religioni abbiano qualcosa da dire le une alle altre. Credo che Gesù parli a tutte le religioni e che non le neghi. Gesù non è andato al tempio a sputare sul dio di Israele, tanto per fare un esempio.
    Credo che non credere sia un diritto.

    Credo infine che queste siano idee mie personali. Credo che col tempo siano mutate, e che muteranno ancora. E credo, mio malgrado, che molte di queste mie idee vadano ancora messe alla prova.

    Poi vedo i bus con le pubblicità degli atei[1] e mi faccio delle domande.
    Certo, sono una provocazione.
    Certo, a tutti quelli che danno dio per scontato fa bene sentirsi un po’ di sale sotto al culetto.
    Certo, è interessante notare come gli autobus atei siano una reazione, non un’azione. Perché se chi non crede si spinge fino a predicare l’ateismo, forse significa che non ne può più di qualcosa; e se i promotori dell’iniziativa si sono rotti le balle di dio vuole anche dire che qualcuno li ha asfissiati con un’idea di dio (e di religione e di fede) assai distorta per anni, per secoli.

    Ora, “dio” è una parola assai generica. Per un cristiano vuole dire una cosa, per un odinista ne vuol dire un’altra e per un ateo un’altra ancora. Potete scrivere su un autobus che dio non esiste, ma dovreste specificare di che cosa state parlando.
    Posso presuppore che chi ha lanciato questa campagna si riferisca al dio che intende lui, un dio insensato che ragiona come un essere umano, che opprime e che incatena. A questo punto sono d’accordo: quel dio lì non esiste, facciamo festa. Ma di brutto!

    [1] Mi riferisco soprattutto alla campagna inglese, poi tradotta anche in Spagna. “There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life”.
    I poster sono scritti tutti in maiuscolo quindi non saprei dire se “God” sia veramente inteso maiuscolo e dunque la frase vada tradotta con “Probabilmente Dio non esiste” (come hanno fatto gli spagnoli); oppure se sia minuscolo, e vada tradotto con “Probabilmente non esiste alcun dio”.
    In ogni caso ciò che ha scatenato questo post è stata la seconda frase: “Ora smettila di preoccuparti e goditi la vita”. È quasi demagogica.
    La campagna italiana è leggermente diversa, dice: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Mi sembra più corretta perché dichiaratamente provocatoria, e suona molto meno supponente.

    Retroscena non richiesti sulle multiple crisi di identità avvenute in loco

    grog, da B.C. di Johnny Hart

    Ho cambiato nome alla casetta.
    Un tempo si chiamava the Gaea Muir [gr]og: Gaea Muir perché fa parte di gaeamuir.com[1], [gr]og non nel senso alcolico ma in omaggio al cavernicolo peloso che appare nel B.C. di Johnny Hart.
    Al tempo (il grog nasce nel febbraio 2005) la mia contorta idea era quella di avere un blog messo in piedi alla bell’e meglio, magari con html statico e uno scriptino per i commenti. Quindi un blog poco evoluto, preistorico. Un grog.
    Fortunatamente il saggio Koolinus mi fece desistere e mi segnalò Wordpress, ma l’idea del [gr]og è rimasta.

    La parolina [gr]og è rimasta anche l’anno scorso, quando ho provato a scorporare “Gaea Muir” dal nome del blog vero e proprio. “Gaea Muir” è il nome del sito che ospita il [gr]og, e infatti da qualche mese quel nome campeggia in alto a sinistra come logo a sé stante.
    Per qualche settimana questo posto si è chiamato questo è il [gr]og, ma era un nome proprio brutto. Allora mi sono fatto una semplice pippa mentale: the Gaea Muir [gr]og non funziona perché ha troppi livelli di incomprensibilità (perché in inglese? Chi è Gaea Muir? Come si legge? Cos’è un [gr]og?) e perché io non sono Gaea Muir[1].
    Chi sono io? Mattia Giovanni Bassani, detto zio Gil in giro per la rete. Per cui vuallà: il [gr]og dello zio Gil. Ugualmente incomprensibile ma un poco più sensato.

    [1] Su chi sia Gaea Muir e sul perché del dominio www.gaeamuir.com occorrerebbe un post a parte. È un po’ come se il sito personale di J.K Rowling fosse www.harrypotter.com. Sì, sono il classico nerd che si è inventato un personaggio. Siamo a milioni. Sarete assimilati. Buh!

    Il Dovere è un falso dio

    chissà cosa passa per la testa di questo nanettoIl mio papà e la mia mamma mi hanno insegnato tante cose. Sia con le parole che coi fatti. Anche involontariamente.
    Quando c’era da farmi il culo me lo facevano all’unisono, ma sul piano filosofico so che il mio papà e la mia mamma la pensano diversamente sul Dovere. Mia madre non lo può sopportare. Io sono come mia madre.

    Tempo fa, leggendo un breve compendio ai disturbi della personalità, ho scoperto di avere molti tratti tipici del passivo-aggressivo. Sarà per questo che più una cosa mi viene fatta fare, meno la faccio. Mi piace lavare i piatti, mi piace sistemare la casa, non ho problemi a vuotare la spazzatura, ma odio farlo perché qualcuno me l’ha chiesto. Sono capacissimo di non fare una cosa che normalmente avrei fatto, solo perché non sopporto l’idea di non farlo per mia iniziativa.

    Da un certo punto di vista (direbbe Obi-Wan Kenobi) questo è un modo malato di affrontare le cose. In realtà è la manifestazione di un istinto positivo che si sente incatenato. Cioè, io non voglio fare ciò che devo perché devo fare ciò che voglio. Chiaro, no?

    manette da schiavoNon ho la cultura filosofica necessaria per fare un discorso approfondito sul Dovere, lo ammetto. So che il Dovere mi ha sempre innervosito e a lungo il mio Moralista Interiore mi ha detto che era colpa della mia pigrizia.
    Impreciso. La mia pigrizia fa ben di peggio: mi impedisce di fare quello che voglio.

    Fare quello che si vuole è difficile e faticoso. Innanzitutto è dura capire *cos’è* quello che si vuole. Perché quello che si vuole non è il capriccio del momento. Quello che si Vuole è una Verità Interiore profonda, mica fesserie. Una volta individuato l’obbiettivo, bisogna perseguirlo e vaffanculo, è una strada in solitaria.
    Invece il Dovere è protetto da una struttura di approvazione alimentata da tutti gli schiavi che ogni giorno fanno quello che “devono”. Fare il Dovere è faticoso ma è enormemente più facile che non fare il Volere.

    Nel mio piccolo, penso questo: il Volere non è egoista e non è individualista, se chi Vuole è libero.
    E il Dovere non è una cosa buona nemmeno quando è moralmente preferibile. Il fatto che alcuni doveri siano moralmente corretti non cancella il fatto che siano strumenti di schiavitù. Il Dovere è come le multe. Le multe servono per tenere a bada gli automobilisti. Gli automobilisti si trattengono dal fare porcate per non prendere la multa. Questo è un meccanismo che bene o male funziona, ma è malato.

    signorina molto elegante che fa i capricciNon vorrei che questo sfoghetto del cavolo sembrasse dispregiativo verso chi fa il proprio dovere. Come dicevo, fare il Volere è molto difficile. Non solo: esistono scelte di vita, dettate dal Volere, per le quali si rischia la pelle; dove il Dovere (ma forse è un dovere diverso, che in altre lingue viene chiamato con altri nomi) diventa un elemento fondante con cui fare i conti.
    E al di là dei casi estremi, molti doveri portano conseguenze positive. Ottenute coi mezzi sbagliati, però, che danno risultati pessimi sul lungo termine: frustrazione, fuga. Individualismo, per la miseria. Se perdo il mio tempo a fare quello che “devo” finisce che nei pochi spazi liberi rimasti mi dedico solo ai miei capricci.

    Infatti, anche la difesa del Dovere portata da mio padre non è molto incisiva. Lui dice “non è detto che un Dovere sia per forza una cosa brutta. Può essere piacevole.”
    Ecco, “Piacevole” e “Voluto” sono proprio due pianeti diversi. Ho il sospetto che nemmeno mio padre, una persona che sa quello che vuole, credesse per davvero a quello che diceva per farmi muovere il culo dalla poltrona.

    Mio padre non so, non so gli altri… ma io, quando non faccio quello che Voglio sono una persona molto pesante da sopportare.

    “L’esperienza e gli anni ci rubano qualcosa”

    costume da bebèOggi su Facebook sono rispuntati (quasi) tutti in una volta i miei compagni delle elementari. Impressionante come certe facce ora trentenni siano praticamente identiche a quelle che ricordavo. Naturalmente se prendo in mano una vecchia foto di classe nessuno assomiglia a come me lo ricordo. Sembriamo tutti caricature.

    Questo spinge a sprazzi di riflessioni filosofiche quali:

    1) La fotografia e la realtà sono due false parenti. Mai fidarsi delle foto. MAI.
    2) “Bambino” è una categoria ingannevole che porta a percepire il nanetto come una cosa a sé stante, quando invece i cosiddetti “bambini” sono persone, punto; solo un po’ più corte e un po’ meno navigate.
    3) Come la scrittura ci ha mandato a puttane la memoria; come gli orologi hanno messo in soffitta il tempo interiore; come la fotografia si mangia i nostri ricordi; così Facebook ci disabituerà a dare la caccia gli amici smarriti?

    (Il titolo è fregato ai SoErba)

    Avviso ai linkanti

    Il link del grog è cambiato

    (Anche se non sembra)

    http://www.gaeamuir.com/it/grog

    Pagina in allestimento

    Prima o poi compariranno deliziose fesserie.