Gaea Muir

“Non è vero che sono tutti un po’ strani. IO sono strana. Voialtri avrete al massimo una misera paranoia ciascuno.”
(Gaea Muir)

il [gr]og dello zio Gil.
il mondo decostruito male

Mattia Giovanni 'zio Gil' Bassani
lo zio Gil

    Sulla temporanea dipartita del signor Enrico U.

    Enrico UghettoSabato scorso il mio augusto coinquilino ha ben pensato di volare in Egitto, dove lavorerà per cinque mesi al villaggio Ventaclub di Marsa Alam.
    Se qualcuno, da qui a metà settembre, avrà l’occasione di passare di là, cerchi un animatore alto e magro e coi capelli arancioni e gli dica “Appo!” da parte mia. Voi non sapete perché, ma lui sì.

    In questi mesi di solitudine e di devastazione (personalmente faccio circa *un* mestiere di casa ogni settimana), le cose che più mi mancheranno di lui saranno:

    1) Il dialogo incensurato su qualsivoglia argomento.
    2) I nostri irriferibili teatrini improvvisati aventi per protagoniste svariate minoranze (e maggioranze) etniche, politiche e religiose.
    3) La cucina di alto livello.
    4) La televisione sempre accesa a qualsiasi ora del giorno e della notte.
    5) I suoi sette cellulari che vibrano in modalità terremoto ogni volta che telefona, manda un messaggio, riceve un messaggio, spegne, accende…

    Per contro, le cose che più gli mancheranno di me mentre fa il re del mondo in mezzo alle gaudenti turiste saranno:

    1) L’innegabile mia superiorità intrinseca che lo spinge al miglioramento quotidiano.
    2) La partnership nei suddetti teatrini.
    3) I miei sughi sperimentali nonché le pentole piene d’acqua fredda e io che cazzeggio su internet invece di preparare qualcosa quando lui torna tardi.
    4) La musica a chiodo a qualsiasi ora del giorno e della notte.
    5) Le pozze d’acqua che amo lasciare in cucina, sul lavandino, davanti alla doccia, sul bordo della tazza del cesso…

    Riassumendo, ci mancheremo tanto.
    Vado a svuotare la lavapiatti, va’. Settimana prossima passo l’aspirapolvere! Coff…

    Faccio pop rock e non lo sapevo

    Mattia Giovanni Bassani, detto Cioppo o zio GilDi nome faccio Mattia Bassani. Quand’ero un bimbo nessuno si chiamava Mattia, ma in compenso c’erano i Matia Bazar. Di conseguenza, ogni volta che gli adulti mi chiedevano “come ti chiami?” e io cucciolo rispondevo “Mattia”, mi sentivo ribattere “Matia Bazar!”.

    Cominciata la scuola, il livello culturale degli interlocutori adulti è diventato meno pop. Le maestre chiedevano “come ti chiami?”, io moccioso rispondevo “Mattia”, loro ribattevano “Il Fu Mattia Pascal!”.

    Insomma, sfoggiavo un nome talmente esotico che la gente quando vedeva me vedeva mondi lontani. Un nome così alieno da essere inconcepibile per alcuni. Il caro nonno Costante mi chiamava “Mattio!”, mio padre gli diceva “no papà, è MattiA” e il nonno borbottava “eh, finìss cun la A, l’è un nom da fèmina”.

    Dal 1978 ne è passato di italico seme sotto i ponti di Venere. Anno dopo anno i Mattia si sono moltiplicati, tanto che ora li vedi ovunque - con tutto il rispetto, sono uno di loro - come afidi su una pianta infestata. Ora anche nelle attività guidate per i bambini dell’asilo ci sono personaggi chiamati Mattia.

    Il passo successivo era prevedibile. Di recente ho saputo che l’undici novembre 2006 sono nato a Roma. Ma questo è niente.
    Ho appena fatto il mio periodico egosurfing e sono lieto di annunciarvi che vengo da Como e sono anche stato in radio. Faccio Pop/Rock/Acustico.

    Va bene che per esteso mi chiamo Mattia Giovanni Bassani, ma prima o poi si prenderanno anche quello. Devo sbrigarmi a diventare famoso oppure mi toccherà trovarmi un nome d’arte.

    Autoironia significa non dover mai dire “mi dispiace”

    i bambini non hanno autoironiaSi definisce autoironia il prendere per il culo se stessi.
    Io mi prendo per il culo, io sono autoironico.
    Se tu ti agganci al mio prendermi per il culo, sei tu-ironica.
    Se tu mi prendi per il culo e io metto il muso, non vuol dire che io non sia autoironico.
    Se ridessi delle prese per il culo fatte a me dagli altri sarei eteroironico, invece sono autoironico, quindi solo io posso prendermi per il culo.

    No, è che ieri sera ho fatto un giro dell’oca in autostrada e avevo le balle girate e non sopportavo i commenti ironici della signorina Z. sul mio modo di guidare l’auto. Quindi sostanzialmente non apprezzo l’auto-ironia.

    Fabio Moreira, where are you?

    il probabile aspetto attuale di Fabio Moreira

    Questa mattina mi sei venuto in mente. I ricordi sono arrivati tutti insieme, ammucchiati e annodati, mentre mi lavavo la faccia.

    Vedo il giorno di terza (o quarta) elementare in cui ci viene presentato il nuovo compagno di classe che viene dal Brasile, il bambino esotico di cui tutte le pischelle si innamorano. Alla votazione per il capoclasse ricordo una buona percentuale di foglietti “Fabio”; alcuni avevano il cuoricino al posto della O.

    Mi sa che ho cominciato a disegnare anche per colpa tua, che eri bravissimo e facevi dei dinosauri spettacolari. Io per copiarti ho fatto un tirannosauro, la bidella lo ha guardato e mi ha detto: “cos’è, un pinguino?”.

    Sono stato a casa tua una valangata di volte. Alle elementari giocavamo col Commodore 64; alle medie registravamo finti programmi radio su una cassetta che ancora conservo; alle superiori abbiamo provato fare un fumetto e un film.

    Poi non abbiamo fatto più niente. Dopo anni che non ci vedevamo sei ricomparso al citofono, un pomeriggio del 2000-e-qualcosa. Ripartivi per il Brasile. Ci siamo sparati un amarcord d’addio, due o tre ore impreviste di “ti ricordi quella volta che”.
    E sei partito.

    Le leggende dicono che tu ora abbia il leggendario baretto sulla spiaggia, una compagna e un microfabio che sgambetta.
    Magari un giorno googlerai il tuo nome e ti troverai qui. Io ho provato a googlarti, a feisbuccàrti, a spockarti. Ma quanti Fabio Moreira ce stanno?
    Probabilmente non sei nessuno di quelli che ho trovato perché avrai di meglio da fare; questo non cambia il fatto che i tuoi genitori ti hanno chiamato Mario Rossi, accidenti.

    Ho deciso, ai miei figli darò dei nomi stranissimi.

    Aḥmadinejād non ha inventato niente

    Sarà che l’altra notte ho sognato di intervistare Maḥmūd Aḥmadinejād: quell’uomo mi gira per la capa. Nel sogno era pure simpatico.

    Ho il vizio di raccontare sempre le solite tre o quattro storielle. Questa è una mia ricorrente, chi l’ha già sentita abbia pasiénsa:

    Dieci anni fa ero in Irlanda a studiare inglese. A quell’epoca lo facevo spesso.
    Nel millenovecentonovantasette ci andai a settembre, per un mese, buscandomi cieli meravigliosi con nubi molto creative e kantianamente sublimi (alé), nonché molta meno pioggia di quella che poi annegò Milano nel novembre di quello stesso anno.

    Avevo in classe tre banchieri iraniani di età imprecisata, fra i 30, i 35 e i 40 (oh, la gente a quelle età è tutta uguale - soprattutto quando tu pischello di anni ne hai 20) che sembravano usciti da un fumetto.

    C’era Mohsen, il Dritto, un clone di Massimo Lopez.
    C’era Seif, il Ciccio, un omone buono e pacato.
    C’era Reza, lo Sfigato, con la testa grossa, i capelli verticali, il mascellone più largo del collo e gli occhiali anni ‘70.

    Mohsen il Dritto adorava essere il sosia di un attore italiano, parlavamo spesso e a volte veniva a visitare Dublino insieme a noi giovincelli.
    Seif
    il Ciccio era più riservato, un amabile e pacato compagno di conversazione; non usciva con noi ma una volta l’abbiamo trovato in un grande magazzino che si sceglieva una cravatta (o era un ombrello?).
    Reza
    invece non parlava mai e se lo faceva lo sentivano soltanto i cani.

    La nostra insegnante dedicava l’ultima ora del mattino a una specie di “Mostra e Dimostra” (forse perché aveva i capelli come Piperita Patty), dove a turno uno degli studenti illustrava alla classe un aspetto del paese di provenienza oppure un argomento di cui era esperto.
    Seguiva il dibattito.

    Onestamente non ricordo come si giunse alla questione dell’omosessualità, ma ci giungemmo nondimeno. E nel pieno della discussione, qualcuno (la ragazzotta tedesca coi capelli rossi? Probabile) chiese ai tre persiani: “Com’è la condizione degli omosessuali in Iran?”

    Silenzio di alcuni istanti. Si teme l’imbarazzo, l’incidente diplomatico, la guerra. Poi Seif, il buono, l’amabile, il tenero Seif, il Ciccio grande grosso e pacioccone col baffo da pescatore saggio, ritto e fiero, mani sul banco, risponde:

    “Non c’è omosessualità in Iran.”

    Silenzio.

    “PENA DI MORTE! AH AH AH!”

    Avviso ai linkanti

    Il link del grog è cambiato

    (Anche se non sembra)

    http://www.gaeamuir.com/it/grog

    Pagina in allestimento

    Prima o poi compariranno deliziose fesserie.