A orari che per la gente decente sono umani e per me non lo sono - 8 del mattino durante la settimana, 10 del mattino il sabato - può capitare che qualcuno insista nel chiamarmi a casa (il cellulare vibra soltanto, non vi sento!) e che io mi trascini fuori dal talamo a mezza piazza per rispondere all’ansiògeno squillìo (ma madri e fidanzate lo sanno che se al ventisettesimo driin non c’è risposta non serve una cultura sconfinata sul cinema giapponese per cogliere il non-detto “non posso rispondere ora”?), squillìo che al 98% si rivela rimandabile di almeno un paio d’ore.
Il restante 2% dei rugatori mattutini ultimamente si attesta sul segmento statistico denominato Sbagliatori di Numero. Ciò mi ha fatto venire voglia di “rievocare il remoto” - come dicono i poeti scandinavi - riguardo agli Sbagliatori di Numero in cui mi sono imbattuto.
In realtà mi preme rievocarne solo due.
Il primo chiamò durante il torrido giugno della gloriosa quarta ginnasio, allorquando il sottoscritto era morente a causa della mononucleosi. Per chi non lo sapesse, la mononucleosi vanta fra i sintomi febbre a temperature indecenti (sai che gioia d’estate), produzione salivare da cambio sputacchiera ogni 45 minuti, mal di gola tipo trivella e ghiandole del collo così gonfie che il mononucleòtico visto da vicino sembra Bugs Bunny con una scatola di palline di natale incastrate nell’esofago. Pretty, isn’t it.
Immaginando la voglia che si può avere di rispondere a un telefono in simili condizioni, componete il quadretto di me malaticcio che guardo un film di Tarkovskij su TeleMonteCarlo e sento squillare.
Una volta, due volte. Col cacchio che rispondo, oh. Tre volte, quattro volte, cinque volte. Sei volte. Ma zero, sono morto, e poi c’è uno dei personaggi che si sta decidendo a parlare… Sette volte. Otto. Nove. Dieci. Quindici. Arranco verso il telefono, sarà mia madre, mia nonna con l’ansia. Raggiungo la cornetta verso il quarantasettesimo squillo (mi si conceda l’iperbole), la sollevo con fatica, la avvicino alle labbra, e con una voce che neanche Fantozzi quando fa l’accento svedese biascico:
“Hròntho?”
(la dizione risente delle condizioni fisiologiche precedentemente elencate)
E dall’altra parte della linea una figura misteriosa strilla: “Pròndo, c’è Ssantìno?”
Chi cazzo è Santino, maledetta assassina. Sono malato che guardo Tarkovskij su TeleMonteCarlo, parbleu.
Ma la domanda con cui voglio chiudere questo papiro non riguarda Santino, bensì il secondo Sbagliatore che mi ha segnato l’esistenza.
Sempre in gioventù, suona il telefono di casa e mia madre risponde. Poi mi chiama dicendo: “Mattia, c’è Minosse [nome di fantasia per proteggere la privacy] per te!”
Siccome conosco veramente un Minosse rispondo tranquillamente “Ue’ ciao Minosse, dimmi!”
Solo che il Minosse al telefono suona molto meno in confidenza con me del Minosse che conosco, e suona anche molto più gaio. Non nel senso di allegro.
Leggiadramente mi ricorda che ci siamo conosciuti in libreria, che avremmo dimostrato reciproco interesse e che ci siamo ripromessi di sentirci e di incontrarci di nuovo.
Allora.
Io facevo la terza media, al massimo la prima superiore. Ero bruttarello e sudato, in libreria svernavo nel reparto fantascienza e a malapena guardavo in faccia le cassiere.
Percui.
Io voglio sapere chi è il frescone che quindici anni fa ha cuccato Nichi Vendola e gli ha lasciato il mio nome e il mio numero di casa.