Gaea Muir

“Non è vero che sono tutti un po’ strani. IO sono strana. Voialtri avrete al massimo una misera paranoia ciascuno.”
(Gaea Muir)

il [gr]og dello zio Gil.
il mondo decostruito male

Mattia Giovanni 'zio Gil' Bassani
lo zio Gil

    “Why did you do that?!” - Cosa impedisce a Lost di essere un capolavoro - parte 2

    La scorsa settimana abbiamo accennato ai lati positivi di Lost e ai falsi miti negativi che circondano questa serie. Chi si è perso la prima parte dell’articolo può recuperarlo qui - oppure può fare il curioso e leggere direttamente le critiche.

    Michael Emerson è Benjamin Linus in Lost

    Come pontificavo sette giorni fa, Lost non è il capolavoro che avrebbe potuto essere per due ragioni principali.

    Tanto per cominciare la serie è stata concepita come un “romanzo” organico, ma il percorso narrativo generale è stato pianificato con il deretano. Personalmene trovo che sotto quest’aspetto Lost assomigli a due serie di ben altro livello, ovvero Babylon 5 e Neon Genesis Evangelion.

    Babylon 5[1] fu progettata come un’unico arco narrativo ripartito su 5 stagioni con un inizio, un centro e una fine; dove i personaggi potevano morire o cambiare in modo significativo da una puntata all’altra, nonché svilupparsi. Concetti rischiosi per un’epoca in cui le serie erano episodiche, “restaurative” e perfettamente seguibili anche dallo spettatore occasionale poiché le trame delle puntate erano solo efficaci pretesti per mettere in scena i protagonisti.

    Forse senza Babylon 5 Lost non esisterebbe; di certo l’autore di Babylon 5 si è fatto un culo a capanna e ha dimostrato che un modo diverso di concepire una serie tv era possibile.

    Hurley al manicomio con Dave - da LostGli autori di Lost volevano combinare qualcosa di simile ma si sono concessi un po’ troppa libertà. Hanno tracciato le direzioni principali della storia tenendo ben presente dove volevano arrivare[2] (e questo è un merito già riconosciuto) ma rimanendo eccessivamente aperti e nebulosi sul come arrivarci.
    E non sapendo né come arrivarci né quanto tempo avrebbero avuto a disposizione hanno passato le prime stagioni a menare il can per l’aia. La costruzione dell’affascinante mitologia della serie è stata annacquata da flashback inutili, lungaggini varie e misteri secondari con l’unico appeal di essere generati da ellissi narrative gratuite.
    E adesso, i nostri autori si trovano con numerosi nodi da sciogliere - e da sciogliere bene, non solo nei modi ma anche nei tempi giusti - e solo sedici episodi. Auguri.

    Ma ho già scritto che questo peccato è veniale. Realizzare una serie tv è un casino, le incognite sono infinite e anche un piano narrativo/produttivo paranoico[3] come quello di Babylon 5 (scusate se insisto) ha avuto grosse difficoltà di fronte a incertezze di poco conto tipo “uhm, non sappiamo ancora se si farà una quinta stagione, ve lo diciamo alla fine della quarta”.

    Nikki e Paulo sepolti vivi in LostÈ il momento del peccato mortale. Rullo di tamburi. in Lost non ci sono i personaggi.
    Ci sono marionette che fanno quel che viene loro detto di fare - dalla sceneggiatura - affinché la storia vada avanti. Almeno nella prima stagione c’erano degli archetipi (l’Eroe, il Mago, il Guerriero, la Bella, il Ladro, i due Buffoni, la Madre, ecc.), ma già dalla seconda stagione gli autori hanno cominciato a scombinare pure quelli, senza che ci fosse nulla di solido a sostituirli. Il dio Format e il suo demiurgo, il potente Plot, hanno il controllo di ogni cosa e fanno fare ai personaggi tutte le giravolte che ritengono necessarie[4].

    Leggo in un interessante articolo di Nicola Lusuardi su Script che la serialità propone un modello di cambiamento del personaggio non-lineare e non-compiuto, differente da quello cinematografico; e che questo modello rappresenta l’unicità del linguaggio narrativo seriale. Va bene, provo ad applicare questa analisi (che mi stimola e che in sé condivido) a Lost.
    Ammettiamo che i personaggi di Lost cazzeggino perché il loro sviluppo non è una linea dritta ma un percorso complesso, proprio della narrativa seriale (ma questo posso permettermelo in una trama non episodica, che in sostanza è un megafilm lungo più di 100 ore?). Ammettiamo che alcuni personaggi di Lost abbiano scopi e motivazioni, anche se a volte li cambiano o se li dimenticano, anche se sono scopi fumosi o deboli. Ammettiamo infine che Lost deve ancora finire, che il Grande Disegno deve ancora essere svelato, e che ho già ammesso di aver visto molto senso dispiegarsi con l’ultima puntata della penultima stagione.

    Pur ammettendo tutte queste cose, sulla coerenza di questi personaggi casca un asino grande come la statua sulla spiaggia. Contate quante volte i vari protagonisti di Lost fanno qualcosa di incoerente con la situazione o con se stessi. È facile, basta contare le scene in cui un personaggio chiede all’altro “perché fai questo, perché hai fatto quello”. In Lost succede continuamente. “Why did you do that” è un tormentone della serie, lo proporrò come payoff.
    Penso che se si mettessero tutti gli script di Lost dentro un generatore di tag cloud come wordle, ne verrebbe fuori un assortito mucchio di paroline con un ipertrofico WHY nel centro.
    Ecco, un personaggio con un minimo di vita propria non deve spiegare via dialogo ogni sua singola scelta.

    John Locke fa il simbolico in LostIn conclusione, la Conclusione.
    E qui entra in scena Neon Genesis Evangelion. Tornando a parlare della pura trama, gli autori di una pietra miliare come Evangelion hanno fatto errori di pianificazione molto simili a quelli visti in Lost. Molto non detto, indizi centellinati (quando dati), ripensamenti. E poi puntate finali ricche di rivelazioni, o meglio, delle rivelazioni che c’è stato il tempo di dare. Con tutto che Evangelion aveva personaggi solidi, uno svolgimento lineare (nonostante gli abnormi enigmi) e ben poco spazio per le lungaggini.

    Insomma, Evangelion è un capolavoro. Può sopportare certi errori. Lost, che è “soltanto” una serie appassionante e originale, soffre molto di più la cattiva pianificazione.
    Cosa succederà nell’ultima stagione? La conclusione sarà degna?
    Lo straordinario (o incomprensibile, o pretenzioso, dipende da che parte state) finale di Evangelion fa ripensare alle 24 puntate di quella serie quasi come a un lungo e necessario prologo alla vera storia, cioè il finale stesso. Sarà così anche per la fine di Lost? Sarà abbastanza potente da farci dimenticare tutto il tempo perso lungo la strada?

    Io guarderò avidamente la sesta stagione di Lost: non perché mi importi qualcosa di quelle marionette, ma perché voglio sapere come andrà a finire. Nel prossimo futuro, quando tutto sarà chiuso e archiviato, non sarà Lost a rimanere nei nostri cuori. Ciò che rimarrà sarà l’esperienza di essere stati dietro agli sciamannati dell’isola per sei anni della nostra vita.
    E diciamo pure che va bene così.

    the Lost supper

    –––––

    [1] Pochi la conoscono perché Babylon 5 è una serie che ormai in Italia ha “perso il treno”: è stata mal trasmessa con episodi alla rinfusa, perlopiù alle tre di notte; e oltre a essere una serie di fantascienza senza leccate mainstream è anche invecchiata un po’ male dal punto di vista estetico/produttivo, senza essere ancora abbastanza stagionata da acquisire il fascino del modernariato.

    [2] Fin dai primi tempi gli autori hanno dichiarato di avere come grossa fonte di ispirazione L’Ombra dello Scorpione di Stephen King. L’ispirazione si è palesata anni dopo: chi ha letto il romanzo di King e ha visto l’ultimo episodio della quinta stagione di Lost potrà notare un certo parallelismo fra i due gentiluomini seduti in spiaggia e la coppia Mother Abagail/Randall Flagg. Un’altra conferma che la vicenda globale dei naufraghi è stata pianificata. Male, ma pianificata.

    [3] Dopotutto, Babylon 5 è stata progettata da un nerd. Lost è stata progettata da un produttore geniale ma non scrittore da pulitzer - che comunque ha lasciato la barca da un po’ - e da due telepoliziottari che hanno scritto Arma Letale e Nash Bridges. Cose divertenti ma altra pasta.

    [4] Avevano un bel bullarsi i tre marmittoni, quando Lost era fresco di prima stagione, grandi promesse e grandi ascolti. “Character, character, character”. Character un paio di palle. Mettere “gente con problemi” (perlopiù problemi pretestuosi) su un’isola misteriosa a guardarsi intorno basiti mentre attorno succedono cose strane a sprazzi non è “character”, è aver studiato drammaturgia sui bigini.

    Cosa impedisce a Lost di essere un capolavoro - parte 1

    resti della statua della dea egizia Taweret in Lost

    Il 2 febbraio, in America e sul web, comincerà la sesta e ultima stagione di Lost.
    Lost è una bella serie, originale, interessante, anche coraggiosa e sotto certi aspetti così ben prodotta da essere diventata una pietra di paragone irrinunciabile: oggi se vuoi fare una bella serie ci sono cose di Lost che non puoi permetterti di ignorare.

    Ma Lost non è il capolavoro che diversi fan, critici ed esegeti vogliono farci credere.

    Una delle critiche mosse più spesso a Lost è che gli autori starebbero scrivendo gli episodi senza avere la più pallida idea di dove vogliono andare a parare. Esiste anche una testimonianza video. Heh.

    la mappa disegnata da quel cretino di Stuart RadzinskyQuesta visione è molto divertente ma è anche un po’ facilona. Certo, quando si è abituati alla serie americana media qualsiasi trama che vada oltre “Bob ammazza Joe per soldi” può far vacillare la ragione. E la psichiatria insegna che una sana psicosi aiuta il cervello a venire a patti con una realtà percepita come incomprensibile e ostile: dunque lo psicotico che non riesce a seguire Lost si crea questa sua visioncina personale in cui la trama della serie è stata pianificata con lo shangai.

    In realtà per certi versi è stata pianificata un po’ col culo. Ma un momento, sembra che mi stia contraddicendo da solo. Andiamo con ordine. Stavo parlando delle cose belle.

    Io sono un drogato e, come Licia Troisi, mi bevo tutto quello che Lost mi rifila. Tuttavia, fino a che non vedo la fine della sesta stagione sono consapevole che potrebbe finire tutto con una sonora puttanata.
    Eppure nulla, fino a oggi, mi ha fatto supporre che Lost sia stata progettata senza sapere dove sarebbe andata a parare. Pur con tutte le inevitabili sbavature (è dura che in sei anni di produzione non capiti neanche un imprevisto) il nucleo della storia sta in piedi e l’ultimo episodio trasmesso dà anche… senso a molto non-senso che credevamo di aver riscontrato fino a quel momento.

    Mr Eko incontra il Sistema CerberusInoltre Lost è una serie di fantascienza. I bellocci con triviali drammetti allunga-brodo possono distrarre da questo fatto - e tenere attaccati allo schermo gli spettatori mainstream per una stagione o due - ma un’isola con un mostro invisibile e i morti che camminano parla chiaro fin dalle prime puntate.
    Dire che Lost ha passato il segno e che gli autori “non sanno più cosa inventarsi” (riferendosi al finale della quarta stagione o ai viaggi compiuti dai protagonisti nel corso della quinta) è come dire che Guerre Stellari passa il segno quando il manichino di ferro dorato comincia a camminare e parlare.

    Insomma. Lost racconta una storia sensata e pensata, rimane all’interno dei binari “fantastici” in cui si muove fin dal principio, è anche girato con ammirevole coerenza produttiva e ottimi prestiti espressivi dal cinema, non solo americano… cosa c’è che non va?

    Due cose. La prima è una mancanza veniale, l’ho già accennata ed è parzialmente imputabile alle mille incertezze tipiche in una produzione televisiva lunga e complessa.
    La seconda è una mancanza mortale, completamente imputabile agli autori, nonché semplice e basilare. Una bambinata. Indizio: è l’unica parola che non ho ancora usato.

    Nel prossimo post scopriremo perché Lost non è il capolavoro che avrebbe potuto essere. In tempo per vedere l’inizio della fine, giuro.

    personaggi di Lost

    Il dolce sorriso di Puffetta nei miei pensieri ora c’è

    Zoe Saldana è Neytiri in Avatar di James Cameron

    Poiché tutti hanno visto Avatar e tutti parlano di Avatar, io che sono un vero snob non posso fare altro che parlare di Avatar.

    Sarò breve: Avatar è bello. Credevo che la storia sarebbe stata banale e scontata, invece no. O meglio: la trama di Avatar è prevedibile al 100%, ma questo avviene perché Avatar è un racconto epico (hollywoodiano) classico e a livello di trama non pretende di essere null’altro. Un western con gli alieni. Pocahontas coi Thundercats. Balla coi Puffi. E chi più ne ha più ne sfotta.

    A me va bene così. Mi sono emozionato e, come commentato da altri in altri luoghi, anche io volevo che accadesse tutto ciò che di prevedibile accade. James Cameron ha deciso di dare al suo racconto uno scheletro stracollaudato e solido quanto basta, poi ci ha messo sopra tanta carne, un cuore semplice ma forte, e gli ha dato un sorriso che strega.

    Il pianeta Pandora mi ha catturato e ho voglia di tornarci. As simple as that.

    Il mondo è bello! È la gente che fa schifo

    Mohan Agashe è Khokha Singh nel film TrimurtiSi sa che Elio e le Storie Tese fanno questo programmino che si chiama Cordialmente. Si sa anche che all’interno di questo programmino c’è la classifica musicale, anzi, La Hiiit…Pare’!.
    Si sa inoltre che nel corso del 199x (data imprecisata fra il ‘95 e il ‘97) ci fu in classifica un brano a dir poco seminale che - oltre ad avermi fatto ridere sul bus mentre ascoltavo la radio col walkman - deve aver piantato i semi (appunto) della mia ancora poco approfondita infatuazione per Bollywood.

    Molti di quelli che si sono persi suddetta perlina ne hanno poi ritrovato un campionamento all’interno dell’epica L’Eterna Lotta tra il Bene e il Male. Ma l’originale? Che fine ha fatto? Da dove viene?

    Il pezzo originale si intitola Very Good, Very Bad ed è anche conosciuto come Duniya Re Duniya. Viene dal film Trimurti, storia di tre fratelli separati dal destino che si riuniscono per vendicare l’onore della madre, umiliata e imprigionata da un villain a dir poco disneyano, il famigerato Khokha Singh.

    (Qui si può scaricare un .avi con sottotitoli in inglese. Così il senso - della canzone e del titolo del post - vi sarà meno oscuro)

    Ok, tralasciamo il gap culturale, un paio di kitscherie e il sync labiale pressoché inesistente. Questo pezzo ha ritmo. Ha coreografia.
    Mi chiedo: Tim Burton non poteva studiarsi uno solo di questi film de bbòllivud, uno a caso, prima di girare quella ciofeca di Sweeney Todd e avere anche il coraggio di spacciarlo per musical?

    Anche noi abbiamo la nostra Jennifer Aniston

    Caterina Guzzanti as Arianna Dell'Arti in 'Boris'Cioè divertente, fuoriclasse, capace di esprimere il passaggio da 7 stati d’animo diversi in 30 secondi senza spiccicare una parola, e pure carina.

    È Caterina Guzzanti, peccato che lo sappiano relativamente in pochi: perché la prova definitiva che la signorina è un genio sta in una serie, Boris - ben scritta, ben recitata, ben girata, ben montata, ben musicata, ben… - che al momento si vede solo su Fox (e su intern… ehm…).

    Al momento ci si può accontentare che Boris (e Caterina) ci siano, perché prima non c’erano.
    Ma bisogna volere di più! Bisogna volere Boris sulla tv generalista!
    Tutti devono sapere che anche da noi c’è Gènnifer.

    “Provate a fermarmi, se c’è qualcuno con una disperazione superiore alla mia”

    personaggi principali di Code Geass: Lelouch of the Rebellion - Lelouch Lamperouge (Zero), Kallen Stadtfeld e C.C.

    La frase para-scespiriana non è mia (tocco legno), ma è pronunciata da un teatralissimo Lelouch Lamperouge, il colossale protagonista di Code Geass: Lelouch of the Rebellion, 50 episodi di dramma, politica, tragedia, con abiti eleganti, belle pischelle e bei pischelli, una spruzzata di metafisica, e robottoni pilotati da gente il cui destino potrebbe non farvi dormire la notte.

    Ho definito il protagonista “colossale”. Nell’Alexander di Oliver Stone, Anthony Hopkins dice: “Ho conosciuto molti grandi uomini, ma un solo colosso. Ecco, dopo aver visto questa serie per la seconda volta mi sono convinto che per le sue azioni, per le sue scelte, per i carichi che si addossa, per i risultati che ottiene, Lelouch è un colosso.

    Code Geass è la storia di un principe rinnegato che combatte in incognito l’imperatore suo padre, aiutato da ribelli che ignorano la sua identità e da un potere terrificante le cui conseguenze non può prevedere né controllare. È una storia corale, visto lo sconfinato cast di personaggi, ma è senz’altro dominata da Lelouch. Che trascinatore! Che uomo di teatro! Che grande sbagliatore, che fesso certe volte, che pazzo da ricovero certe altre! Che piccolo ragazzetto bisognoso del conforto della sua strega!
    E che protagonista fuori dagli schemi, visto che è un terrorista, un “dio malvagio” che manipola amici e nemici, e che del cattivo classico assume spesso le pose più stereotipate - dalla risata alla seduta noncurante che fu già del Sauzer di Kenshiro o del Dario il Grande di Alexander Senki.
    E nonostante tutto questo, lo spettatore tifa e pena per lui. La potenza del dramma, fratelli.

    personaggi principali di Code Geass: Lelouch of the Rebellion - Lelouch Lamperouge (Zero) e i suoi Cavalieri Neri

    Come se non bastasse, essendo stato progettato intenzionalmente per un target trasversale, Code Geass è anche un efficace riassunto estetico/registico/narrativo dell’animazione seriale giapponese (degli ultimi 10/20 anni e non solo): questo può essere un pregio quanto un ostacolo, soprattutto per chi non è avvezzo agli anime. L’utilizzo dei cliché stilistici è tale che introdurre uno scettico all’animazione giapponese cominciando proprio con Code Geass potrebbe condurre sia all’innamoramento che al rifiuto.

    Va anche detto che Code Geass non è esente da difetti. Prima fra tutti l’eccessiva quantità di avvenimenti e stravolgimenti nella seconda metà della serie, laddove i primi 25 episodi, pur concitati e talvolta scioccanti, presentavano una progressione più equilibrata. E poi la riscrittura in corso d’opera di alcuni personaggi, che porta a strani salti o a cambi di schieramento non tutti ottimamente preparati.

    Ma il disegno globale è coerente fino in fondo, e il finale è col botto.

    Note sulla reperibilità:
    I diritti italiani per Code Geass sono stati appena acquistati dalla Dynit, di solito una garanzia di qualità. Quando usciranno i DVD li comprerò di sicuro. Magari passeranno pure Code Geass su MTV. UPDATE: Code Geass sarà trasmesso su RAI4 a partire da settembre 2009, in seconda serata e senza censure. Pare che la serie sia stata fortemente voluta dal direttore Carlo Freccero in persona.
    Chi non ce la facesse ad aspettare la pubblicazione/trasmissione può, per il momento, recuperare la serie coi sottotitoli in italiano realizzati da SubZero e godersi così il notevole doppiaggio originale. Tuttavia SubZero ha cessato la distribuzione diretta appena giunta la notizia dell’acquisizione dei diritti in Italia, com’è prassi per il fansub.

    Guarda Yoko e altri due tizi pattinare sul ghiaccio sottile

    Yoko Ono - Have you seen the horizon lately?

    Dicono che Yoko Ono abbia fatto sbroccare i Bitols ma non so se sia così. Se anche fosse, non mi definisco un fan dei cosi[1] e non le serbo rancore.

    Dicono che i Pet Shop Boys siano i maestri del synth-pop, anche se i loro fan sono come gli appassionati di Star Trek, cioè poco pop e molto nerd.
    Sono uno di quei nerd lì.

    Dicono che Walking on Thin Ice sia circondata da uno strano alone sincronico perché allude alla vacuità della vita e delle cose; e John e Yoko la stavano registrando la sera in cui Mark David Chapman sparò.

    La versione originale è una bella canzone disco pop dal suono tardo settantesco che starebbe bene in una puntata di Lupin III.
    La versione remixata nel 2003 dai Pet Shop Boys è un gioiellino. Inquietante come “What else is there” dei Röyksopp, spruzzata di una malinconia à la page che ricorda “Strange” di Grace Jones.

    Ho scoperto che esiste un video animato di quella versione.


    Ho avuto un contatto metafisico con Yoko Ono a cavallo del millennio, a Gerusalemme.
    C’era una sua mostra in programma all’Israel Museum. Non eravamo lì per quello però fui incuriosito: fino ad allora sapevo che Yoko Ono esisteva, e la mia cultura finiva lì.
    Che cacchio combinava Yoko Ono oltre a essere la ex moglie di John Lennon? Mi chiedevo.
    Così mi infrattai nei cunicoli concettuali di una mostra fighetta.Titolo della mostra: “Hai visto l’orizzonte di recente?” (Have you seen the horizon lately?)
    Fra le varie opere esposte:

    • La famosa “apple” - una mela apparentemente vera su un piccolo piedistallo, che tanto colpì Lennon medesimo.
    • Due mucchi di sassi, uno per le cose belle e uno per le cose brutte; il primo da ammirare per quello che rappresenta, il secondo da ammirare “per la sua bellezza”.
    • Una tazza del cesso al centro di un labirinto di specchi, estremamente significante a mio metaforico avviso.
    • Infine l’opera che dà il titolo alla mostra: “Have you seen the horizon lately?”, ovvero un foglietto bianco incorniciato con disegnata una linea orizzontale.

    Mi viene in mente quello che dicono mio padre e Sergio Bonelli sul non-detto grafico in Tex Willer: il deserto è così, tracci una riga e crei un universo.

    [1] Nonostante Across the Universe me li abbia insaporiti con salse intriganti; e nonostante Eleanor Rigby sia un capolavoro.

    ,

    Avviso ai linkanti

    Il link del grog è cambiato

    (Anche se non sembra)

    http://www.gaeamuir.com/it/grog

    Pagina in allestimento

    Prima o poi compariranno deliziose fesserie.