Jun 24, 2008

Oggi la sempiterna signorina Z è diventata dottoressa in bambinologia, come dimostra anche la preponderanza (appunto bambinesca) della parola “bambino” nella word cloud ricavata dalla sua mastodontica tesi e gentilmente generata da Wordle.
Un grazie di sottecchi al signor Zeno (nessuna parentela) che ha segnalato il suddetto web-accròcchio.
May 1, 2008
Di nome faccio Mattia Bassani. Quand’ero un bimbo nessuno si chiamava Mattia, ma in compenso c’erano i Matia Bazar. Di conseguenza, ogni volta che gli adulti mi chiedevano “come ti chiami?” e io cucciolo rispondevo “Mattia”, mi sentivo ribattere “Matia Bazar!”.
Cominciata la scuola, il livello culturale degli interlocutori adulti è diventato meno pop. Le maestre chiedevano “come ti chiami?”, io moccioso rispondevo “Mattia”, loro ribattevano “Il Fu Mattia Pascal!”.
Insomma, sfoggiavo un nome talmente esotico che la gente quando vedeva me vedeva mondi lontani. Un nome così alieno da essere inconcepibile per alcuni. Il caro nonno Costante mi chiamava “Mattio!”, mio padre gli diceva “no papà, è MattiA” e il nonno borbottava “eh, finìss cun la A, l’è un nom da fèmina”.
Dal 1978 ne è passato di italico seme sotto i ponti di Venere. Anno dopo anno i Mattia si sono moltiplicati, tanto che ora li vedi ovunque - con tutto il rispetto, sono uno di loro - come afidi su una pianta infestata. Ora anche nelle attività guidate per i bambini dell’asilo ci sono personaggi chiamati Mattia.
Il passo successivo era prevedibile. Di recente ho saputo che l’undici novembre 2006 sono nato a Roma. Ma questo è niente.
Ho appena fatto il mio periodico egosurfing e sono lieto di annunciarvi che vengo da Como e sono anche stato in radio. Faccio Pop/Rock/Acustico.
Va bene che per esteso mi chiamo Mattia Giovanni Bassani, ma prima o poi si prenderanno anche quello. Devo sbrigarmi a diventare famoso oppure mi toccherà trovarmi un nome d’arte.
Mar 21, 2008

Dicono che Yoko Ono abbia fatto sbroccare i Bitols ma non so se sia così. Se anche fosse, non mi definisco un fan dei cosi[1] e non le serbo rancore.
Dicono che i Pet Shop Boys siano i maestri del synth-pop, anche se i loro fan sono come gli appassionati di Star Trek, cioè poco pop e molto nerd.
Sono uno di quei nerd lì.
Dicono che Walking on Thin Ice sia circondata da uno strano alone sincronico perché allude alla vacuità della vita e delle cose; e John e Yoko la stavano registrando la sera in cui Mark David Chapman sparò.
La versione originale è una bella canzone disco pop dal suono tardo settantesco che starebbe bene in una puntata di Lupin III.
La versione remixata nel 2003 dai Pet Shop Boys è un gioiellino. Inquietante come “What else is there” dei Röyksopp, spruzzata di una malinconia à la page che ricorda “Strange” di Grace Jones.
Ho scoperto che esiste un video animato di quella versione.
Ho avuto un contatto metafisico con Yoko Ono a cavallo del millennio, a Gerusalemme.
C’era una sua mostra in programma all’Israel Museum. Non eravamo lì per quello però fui incuriosito: fino ad allora sapevo che Yoko Ono esisteva, e la mia cultura finiva lì.
Che cacchio combinava Yoko Ono oltre a essere la ex moglie di John Lennon? Mi chiedevo.
Così mi infrattai nei cunicoli concettuali di una mostra fighetta.Titolo della mostra: “Hai visto l’orizzonte di recente?” (Have you seen the horizon lately?)
Fra le varie opere esposte:
- La famosa “apple” - una mela apparentemente vera su un piccolo piedistallo, che tanto colpì Lennon medesimo.
- Due mucchi di sassi, uno per le cose belle e uno per le cose brutte; il primo da ammirare per quello che rappresenta, il secondo da ammirare “per la sua bellezza”.
- Una tazza del cesso al centro di un labirinto di specchi, estremamente significante a mio metaforico avviso.
- Infine l’opera che dà il titolo alla mostra: “Have you seen the horizon lately?”, ovvero un foglietto bianco incorniciato con disegnata una linea orizzontale.
Mi viene in mente quello che dicono mio padre e Sergio Bonelli sul non-detto grafico in Tex Willer: il deserto è così, tracci una riga e crei un universo.
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