Gaea Muir

“Non è vero che sono tutti un po’ strani. IO sono strana. Voialtri avrete al massimo una misera paranoia ciascuno.”
(Gaea Muir)

il [gr]og dello zio Gil.
il mondo decostruito male

Mattia Giovanni 'zio Gil' Bassani
lo zio Gil

    George Clooney si chiama così perché è una copia

    Umorismo da Rotterdam - di Mattia 'zio Gil' BassaniL’esilarante titolo è solo la punta di un iceberg di terrore che svelerò poco a poco. Dove?
    Sul nuovo tumblr (microblog, per dirlo in umanoide) che ho aperto un paio di settimane fa e che ora annuncio pubblicamente giacché un po’ di gente, mi sa, se l’è perso. Umorismo da Rotterdam si chiama, da un tormentone mio che usavo qualche anno fa per commentare laconicamente le “meglio” battute sentite da amici e parenti.
    Suddetto microblog viene aggiornato circa due volte alla settimana con mie modeste bagasciate il cui scopo è agghiacciare. Se la reazione media è “madonna mia”, vuol dire che ce l’ho fatta.

    Umorismo da Rotterdam raccoglie volentieri guest post(s) a tema, perciò se avete partorito qualcosa che sta all’umorismo come Cthulhu sta a un cucciolo di beagle, passatemelo. Se dico “madonna mia” è pubblicabile.

    “Why did you do that?!” - Cosa impedisce a Lost di essere un capolavoro - parte 2

    La scorsa settimana abbiamo accennato ai lati positivi di Lost e ai falsi miti negativi che circondano questa serie. Chi si è perso la prima parte dell’articolo può recuperarlo qui - oppure può fare il curioso e leggere direttamente le critiche.

    Michael Emerson è Benjamin Linus in Lost

    Come pontificavo sette giorni fa, Lost non è il capolavoro che avrebbe potuto essere per due ragioni principali.

    Tanto per cominciare la serie è stata concepita come un “romanzo” organico, ma il percorso narrativo generale è stato pianificato con il deretano. Personalmene trovo che sotto quest’aspetto Lost assomigli a due serie di ben altro livello, ovvero Babylon 5 e Neon Genesis Evangelion.

    Babylon 5[1] fu progettata come un’unico arco narrativo ripartito su 5 stagioni con un inizio, un centro e una fine; dove i personaggi potevano morire o cambiare in modo significativo da una puntata all’altra, nonché svilupparsi. Concetti rischiosi per un’epoca in cui le serie erano episodiche, “restaurative” e perfettamente seguibili anche dallo spettatore occasionale poiché le trame delle puntate erano solo efficaci pretesti per mettere in scena i protagonisti.

    Forse senza Babylon 5 Lost non esisterebbe; di certo l’autore di Babylon 5 si è fatto un culo a capanna e ha dimostrato che un modo diverso di concepire una serie tv era possibile.

    Hurley al manicomio con Dave - da LostGli autori di Lost volevano combinare qualcosa di simile ma si sono concessi un po’ troppa libertà. Hanno tracciato le direzioni principali della storia tenendo ben presente dove volevano arrivare[2] (e questo è un merito già riconosciuto) ma rimanendo eccessivamente aperti e nebulosi sul come arrivarci.
    E non sapendo né come arrivarci né quanto tempo avrebbero avuto a disposizione hanno passato le prime stagioni a menare il can per l’aia. La costruzione dell’affascinante mitologia della serie è stata annacquata da flashback inutili, lungaggini varie e misteri secondari con l’unico appeal di essere generati da ellissi narrative gratuite.
    E adesso, i nostri autori si trovano con numerosi nodi da sciogliere - e da sciogliere bene, non solo nei modi ma anche nei tempi giusti - e solo sedici episodi. Auguri.

    Ma ho già scritto che questo peccato è veniale. Realizzare una serie tv è un casino, le incognite sono infinite e anche un piano narrativo/produttivo paranoico[3] come quello di Babylon 5 (scusate se insisto) ha avuto grosse difficoltà di fronte a incertezze di poco conto tipo “uhm, non sappiamo ancora se si farà una quinta stagione, ve lo diciamo alla fine della quarta”.

    Nikki e Paulo sepolti vivi in LostÈ il momento del peccato mortale. Rullo di tamburi. in Lost non ci sono i personaggi.
    Ci sono marionette che fanno quel che viene loro detto di fare - dalla sceneggiatura - affinché la storia vada avanti. Almeno nella prima stagione c’erano degli archetipi (l’Eroe, il Mago, il Guerriero, la Bella, il Ladro, i due Buffoni, la Madre, ecc.), ma già dalla seconda stagione gli autori hanno cominciato a scombinare pure quelli, senza che ci fosse nulla di solido a sostituirli. Il dio Format e il suo demiurgo, il potente Plot, hanno il controllo di ogni cosa e fanno fare ai personaggi tutte le giravolte che ritengono necessarie[4].

    Leggo in un interessante articolo di Nicola Lusuardi su Script che la serialità propone un modello di cambiamento del personaggio non-lineare e non-compiuto, differente da quello cinematografico; e che questo modello rappresenta l’unicità del linguaggio narrativo seriale. Va bene, provo ad applicare questa analisi (che mi stimola e che in sé condivido) a Lost.
    Ammettiamo che i personaggi di Lost cazzeggino perché il loro sviluppo non è una linea dritta ma un percorso complesso, proprio della narrativa seriale (ma questo posso permettermelo in una trama non episodica, che in sostanza è un megafilm lungo più di 100 ore?). Ammettiamo che alcuni personaggi di Lost abbiano scopi e motivazioni, anche se a volte li cambiano o se li dimenticano, anche se sono scopi fumosi o deboli. Ammettiamo infine che Lost deve ancora finire, che il Grande Disegno deve ancora essere svelato, e che ho già ammesso di aver visto molto senso dispiegarsi con l’ultima puntata della penultima stagione.

    Pur ammettendo tutte queste cose, sulla coerenza di questi personaggi casca un asino grande come la statua sulla spiaggia. Contate quante volte i vari protagonisti di Lost fanno qualcosa di incoerente con la situazione o con se stessi. È facile, basta contare le scene in cui un personaggio chiede all’altro “perché fai questo, perché hai fatto quello”. In Lost succede continuamente. “Why did you do that” è un tormentone della serie, lo proporrò come payoff.
    Penso che se si mettessero tutti gli script di Lost dentro un generatore di tag cloud come wordle, ne verrebbe fuori un assortito mucchio di paroline con un ipertrofico WHY nel centro.
    Ecco, un personaggio con un minimo di vita propria non deve spiegare via dialogo ogni sua singola scelta.

    John Locke fa il simbolico in LostIn conclusione, la Conclusione.
    E qui entra in scena Neon Genesis Evangelion. Tornando a parlare della pura trama, gli autori di una pietra miliare come Evangelion hanno fatto errori di pianificazione molto simili a quelli visti in Lost. Molto non detto, indizi centellinati (quando dati), ripensamenti. E poi puntate finali ricche di rivelazioni, o meglio, delle rivelazioni che c’è stato il tempo di dare. Con tutto che Evangelion aveva personaggi solidi, uno svolgimento lineare (nonostante gli abnormi enigmi) e ben poco spazio per le lungaggini.

    Insomma, Evangelion è un capolavoro. Può sopportare certi errori. Lost, che è “soltanto” una serie appassionante e originale, soffre molto di più la cattiva pianificazione.
    Cosa succederà nell’ultima stagione? La conclusione sarà degna?
    Lo straordinario (o incomprensibile, o pretenzioso, dipende da che parte state) finale di Evangelion fa ripensare alle 24 puntate di quella serie quasi come a un lungo e necessario prologo alla vera storia, cioè il finale stesso. Sarà così anche per la fine di Lost? Sarà abbastanza potente da farci dimenticare tutto il tempo perso lungo la strada?

    Io guarderò avidamente la sesta stagione di Lost: non perché mi importi qualcosa di quelle marionette, ma perché voglio sapere come andrà a finire. Nel prossimo futuro, quando tutto sarà chiuso e archiviato, non sarà Lost a rimanere nei nostri cuori. Ciò che rimarrà sarà l’esperienza di essere stati dietro agli sciamannati dell’isola per sei anni della nostra vita.
    E diciamo pure che va bene così.

    the Lost supper

    –––––

    [1] Pochi la conoscono perché Babylon 5 è una serie che ormai in Italia ha “perso il treno”: è stata mal trasmessa con episodi alla rinfusa, perlopiù alle tre di notte; e oltre a essere una serie di fantascienza senza leccate mainstream è anche invecchiata un po’ male dal punto di vista estetico/produttivo, senza essere ancora abbastanza stagionata da acquisire il fascino del modernariato.

    [2] Fin dai primi tempi gli autori hanno dichiarato di avere come grossa fonte di ispirazione L’Ombra dello Scorpione di Stephen King. L’ispirazione si è palesata anni dopo: chi ha letto il romanzo di King e ha visto l’ultimo episodio della quinta stagione di Lost potrà notare un certo parallelismo fra i due gentiluomini seduti in spiaggia e la coppia Mother Abagail/Randall Flagg. Un’altra conferma che la vicenda globale dei naufraghi è stata pianificata. Male, ma pianificata.

    [3] Dopotutto, Babylon 5 è stata progettata da un nerd. Lost è stata progettata da un produttore geniale ma non scrittore da pulitzer - che comunque ha lasciato la barca da un po’ - e da due telepoliziottari che hanno scritto Arma Letale e Nash Bridges. Cose divertenti ma altra pasta.

    [4] Avevano un bel bullarsi i tre marmittoni, quando Lost era fresco di prima stagione, grandi promesse e grandi ascolti. “Character, character, character”. Character un paio di palle. Mettere “gente con problemi” (perlopiù problemi pretestuosi) su un’isola misteriosa a guardarsi intorno basiti mentre attorno succedono cose strane a sprazzi non è “character”, è aver studiato drammaturgia sui bigini.

    Cosa impedisce a Lost di essere un capolavoro - parte 1

    resti della statua della dea egizia Taweret in Lost

    Il 2 febbraio, in America e sul web, comincerà la sesta e ultima stagione di Lost.
    Lost è una bella serie, originale, interessante, anche coraggiosa e sotto certi aspetti così ben prodotta da essere diventata una pietra di paragone irrinunciabile: oggi se vuoi fare una bella serie ci sono cose di Lost che non puoi permetterti di ignorare.

    Ma Lost non è il capolavoro che diversi fan, critici ed esegeti vogliono farci credere.

    Una delle critiche mosse più spesso a Lost è che gli autori starebbero scrivendo gli episodi senza avere la più pallida idea di dove vogliono andare a parare. Esiste anche una testimonianza video. Heh.

    la mappa disegnata da quel cretino di Stuart RadzinskyQuesta visione è molto divertente ma è anche un po’ facilona. Certo, quando si è abituati alla serie americana media qualsiasi trama che vada oltre “Bob ammazza Joe per soldi” può far vacillare la ragione. E la psichiatria insegna che una sana psicosi aiuta il cervello a venire a patti con una realtà percepita come incomprensibile e ostile: dunque lo psicotico che non riesce a seguire Lost si crea questa sua visioncina personale in cui la trama della serie è stata pianificata con lo shangai.

    In realtà per certi versi è stata pianificata un po’ col culo. Ma un momento, sembra che mi stia contraddicendo da solo. Andiamo con ordine. Stavo parlando delle cose belle.

    Io sono un drogato e, come Licia Troisi, mi bevo tutto quello che Lost mi rifila. Tuttavia, fino a che non vedo la fine della sesta stagione sono consapevole che potrebbe finire tutto con una sonora puttanata.
    Eppure nulla, fino a oggi, mi ha fatto supporre che Lost sia stata progettata senza sapere dove sarebbe andata a parare. Pur con tutte le inevitabili sbavature (è dura che in sei anni di produzione non capiti neanche un imprevisto) il nucleo della storia sta in piedi e l’ultimo episodio trasmesso dà anche… senso a molto non-senso che credevamo di aver riscontrato fino a quel momento.

    Mr Eko incontra il Sistema CerberusInoltre Lost è una serie di fantascienza. I bellocci con triviali drammetti allunga-brodo possono distrarre da questo fatto - e tenere attaccati allo schermo gli spettatori mainstream per una stagione o due - ma un’isola con un mostro invisibile e i morti che camminano parla chiaro fin dalle prime puntate.
    Dire che Lost ha passato il segno e che gli autori “non sanno più cosa inventarsi” (riferendosi al finale della quarta stagione o ai viaggi compiuti dai protagonisti nel corso della quinta) è come dire che Guerre Stellari passa il segno quando il manichino di ferro dorato comincia a camminare e parlare.

    Insomma. Lost racconta una storia sensata e pensata, rimane all’interno dei binari “fantastici” in cui si muove fin dal principio, è anche girato con ammirevole coerenza produttiva e ottimi prestiti espressivi dal cinema, non solo americano… cosa c’è che non va?

    Due cose. La prima è una mancanza veniale, l’ho già accennata ed è parzialmente imputabile alle mille incertezze tipiche in una produzione televisiva lunga e complessa.
    La seconda è una mancanza mortale, completamente imputabile agli autori, nonché semplice e basilare. Una bambinata. Indizio: è l’unica parola che non ho ancora usato.

    Nel prossimo post scopriremo perché Lost non è il capolavoro che avrebbe potuto essere. In tempo per vedere l’inizio della fine, giuro.

    personaggi di Lost

    Il dolce sorriso di Puffetta nei miei pensieri ora c’è

    Zoe Saldana è Neytiri in Avatar di James Cameron

    Poiché tutti hanno visto Avatar e tutti parlano di Avatar, io che sono un vero snob non posso fare altro che parlare di Avatar.

    Sarò breve: Avatar è bello. Credevo che la storia sarebbe stata banale e scontata, invece no. O meglio: la trama di Avatar è prevedibile al 100%, ma questo avviene perché Avatar è un racconto epico (hollywoodiano) classico e a livello di trama non pretende di essere null’altro. Un western con gli alieni. Pocahontas coi Thundercats. Balla coi Puffi. E chi più ne ha più ne sfotta.

    A me va bene così. Mi sono emozionato e, come commentato da altri in altri luoghi, anche io volevo che accadesse tutto ciò che di prevedibile accade. James Cameron ha deciso di dare al suo racconto uno scheletro stracollaudato e solido quanto basta, poi ci ha messo sopra tanta carne, un cuore semplice ma forte, e gli ha dato un sorriso che strega.

    Il pianeta Pandora mi ha catturato e ho voglia di tornarci. As simple as that.

    Il mondo è bello! È la gente che fa schifo

    Mohan Agashe è Khokha Singh nel film TrimurtiSi sa che Elio e le Storie Tese fanno questo programmino che si chiama Cordialmente. Si sa anche che all’interno di questo programmino c’è la classifica musicale, anzi, La Hiiit…Pare’!.
    Si sa inoltre che nel corso del 199x (data imprecisata fra il ‘95 e il ‘97) ci fu in classifica un brano a dir poco seminale che - oltre ad avermi fatto ridere sul bus mentre ascoltavo la radio col walkman - deve aver piantato i semi (appunto) della mia ancora poco approfondita infatuazione per Bollywood.

    Molti di quelli che si sono persi suddetta perlina ne hanno poi ritrovato un campionamento all’interno dell’epica L’Eterna Lotta tra il Bene e il Male. Ma l’originale? Che fine ha fatto? Da dove viene?

    Il pezzo originale si intitola Very Good, Very Bad ed è anche conosciuto come Duniya Re Duniya. Viene dal film Trimurti, storia di tre fratelli separati dal destino che si riuniscono per vendicare l’onore della madre, umiliata e imprigionata da un villain a dir poco disneyano, il famigerato Khokha Singh.

    (Qui si può scaricare un .avi con sottotitoli in inglese. Così il senso - della canzone e del titolo del post - vi sarà meno oscuro)

    Ok, tralasciamo il gap culturale, un paio di kitscherie e il sync labiale pressoché inesistente. Questo pezzo ha ritmo. Ha coreografia.
    Mi chiedo: Tim Burton non poteva studiarsi uno solo di questi film de bbòllivud, uno a caso, prima di girare quella ciofeca di Sweeney Todd e avere anche il coraggio di spacciarlo per musical?

    Il riciclaggio è il futuro, e vale anche per i buoni propositi

    Calvin & Hobbes e i buoni propositi per l'anno nuovoDicevo che avrei fatto grandi cose, tempo fa, ma sono una persona pigra e senza metodo molto lenta.
    Tuttavia non ho smesso di lavorare a suddette grandi cose, né ho cambiato i miei piani. Ho solo dovuto rivedere pesantemente il timing per mancanza di allenamento. Ovvero, quando passi 31 anni a cincischiare poi non impari l’efficienza in 15 mesi. Pirla.

    Ma ci stiamo lavorando. Intanto, Pendragon è andato in scena. Everything else will follow.

    Buon duemilaedieci!

    Cambiamenti di paradigma figli dell’alcol e dell’amore mancato

    il gruppo giapponese Scandal

    Qualche giorno fa ho rivisto una ragazza che anni fa mi piaceva. Mi piaceva di brutto. Solo che non ci ho mai combinato niente, perché ero un babbo paranoico convinto di non essere all’altezza di chissà che cavolo.
    Quando ci siamo reincontrati, mi ha fatto chiaramente capire che ai tempi le piacevo anche io.

    L’insegnamento è semplice. Io posso avere tutto ciò che voglio. Ciò che voglio veramente, non i capricci. Posso averlo. Mi basta prenderlo.
    Devo mettermi dei promemoria.

    Sono circondato da pappemolli?

    Carl Fredricksen, protagonista di UP'Anche da piccolo ero contraddittorio come un vero essere umano fatto e finito. Una delle mie contraddizioni era che ideologicamente non amavo le cose menose, e mi piaceva il fatto che nei cartoni dei G.I.JOE gli autori si dessero la pena di mostrare come durante le battaglie non morisse nessuno1; ma nel profondo ero affascinato dalla tendenza al drammone dei cartoni giapponesi2
    La prova? Quando giocavo e interagivo col mondo inventavo storie senza patemi, ma quando fantasticavo (prima di addormentarmi o durante i viaggi in macchina), e le fantasie restavano chiuse nella mia testa, mi sorprendevo spesso a creare scene terribilmente drammatiche. Pure troppo.

    Il vecchio adagio “falli ridere, falli piangere, falli aspettare” è la perfetta sintesi di questa contraddizione, ovvero: dai spazio al dramma e alla commedia, ché di entrambi è fatta la vita e se neghi uno o l’altro tarpi le ali alla grandezza della tua storia. Anche in Zoolander c’è il dramma.

    Eppure di recente ho subodorato una certa insofferenza nei confronti del dramma. Me ne sono accorto con UP, che è vero, è un film che inizia solo al secondo tempo e questo non aiuta3, in ogni caso ha i suoi momenti toccanti e parecchi di quelli con cui ho parlato se ne sono lamentati.
    Ma Wall-E, che ha equilibri narrativi secondo me molto meglio dosati rispetto ad UP, ha suscitato analoghe (forse più blande) lamentele su una presunta tristezza, che semmai sarà malinconia - e in fondo non rovino il film a nessuno se dico che Wall-E è una storia di estrema speranza *realizzata*, altro che tristezza.

    E uscendo dall’ambito Pixar, ripensando a diversi film, libri, fumetti, serie, ecc., mi rammento sporadici commenti “ma è una roba un po’ triste” quando io, che amo le cose malinconiche ma un sacco di robe le mal sopporto (tipo le umiliazioni dei protagonisti o gli incidenti che mandano i piani a puttane), io scusate, tutta questa insopportabile tristezza mica la vedo.

    Da qui il titolo. Sono circondato da pappemolli?

    –––––

    [1] Chi ricorda le continue inquadrature sui piloti Cobra che si paracadutavano dopo ogni santa esplosione di aerei?

    [2] Tendenza non (solo) culturale ma figlia delle stesse contingenze produttive che hanno “costretto” gli animatori giapponesi a sviluppare il loro stile di regia. Pochi soldi = poche risorse da sprecare in animazioni fluide = rendiamo il racconto interessante curando la regia e amplificando azioni e reazioni dei personaggi. Il danaroso cartoon americano ancora arranca per raggiungere gli standard narrativi *medi* dei cartoni giapponesi. C’è da meditare sul rapporto budget/qualità.
    [3] Meglio comunque di Ratatouille, che anche se inizia dopo “appena” 20 minuti di scene inutili si decide ad arrivare ai livelli del secondo tempo di UP solo a 20 minuti dalla fine.

    La prima regola del Fight Club

    Charles E. Grapewin'… è che non si parla del Fight Club.

    Dopo aver chiesto per mesi che cavolo si facesse al fantomatico “Corso Fidanzati” che chiunque decida di sposarsi in chiesa è tenuto a frequentare, e dopo aver ricevuto risposte evasive che andavano da “io non l’ho fatto” a “non mi ricordo” fino a “eh, vedrete” e al criptico “vi facciamo il culo” di una conoscente che il corso non lo segue ma lo tiene, mi sono convinto che il Corso Fidanzati è il Fight Club.

    Pertanto mi atterrò alla regola e non vi dirò quello che stiamo facendo. Presumo in ogni caso che si sia intuito che l’anno prossimo io e la signorina Z ci sposiamo.
    Aiuto.

    Para ponzi, ponzi, poonnnn… zi…

    Penso che non sarò mai più triste in vita mia.

    Next,

    Avviso ai linkanti

    Il link del grog è cambiato

    (Anche se non sembra)

    http://www.gaeamuir.com/it/grog

    Pagina in allestimento

    Prima o poi compariranno deliziose fesserie.