Ottime ragioni per odiare l’estate
“Dall’inizio dei tempi, l’uomo ha sempre sognato di distruggere il sole”
[Montgomery “Monty” Burns]
È il momento di rimpolpare la scarsa letteratura web in lingua italiana relativa al fatto che l’estate fa schifo al c@%%o.
Mentre I hate summer su Google dà risultati soddisfacenti, Odio l’estate restituisce anche molta erbaccia fatta di canzoni e di odiatori dell’estate per futili motivi di coppia.
Il mio è un odio lucido e maturo. Non pretendo di convincere i sudòfili ma mi sento in dovere di riscaldare (scusate l’ossimoro) gli animi a me affini e risvegliare la gente sana che ancora non sa di esserlo.
L’estate. Fa. Schifo.
Estate significa sudore. Significa essere sporchi dopo mezz’ora, assetati ogni cinque minuti, stanchi senza aver fatto nulla.
Estate significa insetti, adorabili insetti dappertutto. Mo’ che ci stiamo tropicalizzando, gli insetti stanno diventando giganteschi: vi piacciono le falene da un chilo?
Estate significa non dormire. C’è il maledetto sole tutto il giorno, e di notte lascia il suo caldo infame. Sempre grazie alla tropicalizzazione ora ci sono i temporali con grandinata che ti tirano giù dal letto alle tre di notte.
I principali argomenti portati a difesa dell’estate sono:
“Ci sono le vacanze”
Punto primo, ci sono le vacanze se sei un bambinetto del cacchio. Ma se sei quello che paga la bella vita al suddetto bambinetto, hai sì e no dieci giorni che userai per fuggire, guarda caso, dalla vita quotidiana che in estate è particolarmente pesante: quindi al massimo si può dire che perlomeno ci sono le vacanze, altrimenti uscire vivi dall’estate sarebbe molto più dura.
Punto secondo, dire che l’estate è una bella stagione perché ci sono le vacanze è come dire che io amo la mia ragazza perché mi piace il cappello che si è messa oggi. Questa gente ha seri problemi di giudizio.
“Il sole è bello”
Risposta equilibrata: sì ma il troppo stroppia.
Risposta talebana: il sole non è bello, è utile. Anche lo stomaco è utile ma nessuno va in giro con lo stomaco esposto in bella vista. Le nuvole, vogliamo le nuvole! Dateci ombra!
“Le donne si mettono nude”
Quasi convinto. Ieri ho appunto visto una piacevole signorina che - sia detto per dovere di cronaca - mi ha ispirato l’intero post.
Ma era una. Era svestita con un certo stile. Le altre sono in buona (spaventosa) percentuale delle semplici vacchette sbracate e ne faccio a meno. Bleurgh.
“Eh, ma come siete deprimenti voialtri”
Voialtri chi? Se uno ama mettersi non dico il maglione, ma una maglietta a maniche lunghe, senza paura di perdere 4 kg in liquidi, non è automaticamente un maniaco depressivo. Diffidate piuttosto da quelli che si descrivono come “solari”. Marò.
In una prossima puntata vomiterò altro odio (lucido e maturo) sulle vacanze al mare, la grande non-scelta degli ultimi arrivati sul grande treno della storia dell’umanità, foriere di sbattimento, fastidio e ustioni.
Svegliatemi quando finisce settembre, diceva qualcuno.


A orari che per la gente decente sono umani e per me non lo sono - 8 del mattino durante la settimana, 10 del mattino il sabato - può capitare che qualcuno insista nel chiamarmi a casa (il cellulare vibra soltanto, non vi sento!) e che io mi trascini fuori dal talamo a mezza piazza per rispondere all’ansiògeno squillìo (ma madri e fidanzate lo sanno che se al ventisettesimo driin non c’è risposta non serve una cultura sconfinata sul cinema giapponese per cogliere il non-detto “non posso rispondere ora”?), squillìo che al 98% si rivela rimandabile di almeno un paio d’ore.
In realtà mi preme rievocarne solo due.
Ma la domanda con cui voglio chiudere questo papiro non riguarda Santino, bensì il secondo Sbagliatore che mi ha segnato l’esistenza.
Sabato scorso il mio augusto coinquilino ha ben pensato di volare in Egitto, dove lavorerà per cinque mesi al villaggio Ventaclub di Marsa Alam.
Di nome faccio Mattia Bassani. Quand’ero un bimbo nessuno si chiamava Mattia, ma in compenso c’erano i Matia Bazar. Di conseguenza, ogni volta che gli adulti mi chiedevano “come ti chiami?” e io cucciolo rispondevo “Mattia”, mi sentivo ribattere “Matia Bazar!”.
Si definisce autoironia il prendere per il culo se stessi.

Tipo questo gustosa pochade visiva messa in piedi in quattro e quattr’otto a seguire di una simpatica battutona del qui presente.